Onu, voto storico: entra la Palestina

L’Assemblea della Nazioni Unite ha detto sì al riconoscimento della Palestina come Stato non membro osservatore all’Onu. Nella speranza che in futuro potrà diventare membro a tutti gli effetti diventando il 194° Stato dell’organizzazione sovranazionale.
Che si tratti di un riconoscimento simbolico o di una decisione di sostanza sarà sicuramente una grande vittoria diplomatica per il moderato Abu Mazen, che finalmente ottiene quello che con tutte le sue forze ha perseguito fin dall’inizio del suo incarico alla guida dell’Anp. Ma certo tutti sono convinti che in realtà non cambierà nulla, perché l’accordo è sul territorio che si deve trovare. Tuttavia è senza dubbio un grande passo avanti. Il premier israleliano Benjamin Netanyahu ha detto che il voto allontanerà la pace e non farà cambiare le cose sul terreno.
Il leader dell’Autorità palestinese ha passato la vigilia del voto proprio a New York, incontrando diversi interlocutori (tra cui il segretario generale dell’Onu Ban ki-Moon) e cercando di strappare più consensi possibili alla Risoluzione. Per il sì hanno votato gran parte degli Stati africani, degli asiatici e tutti i Paesi emergenti, oltre ovviamente ai musulmani. Abu Mazen ha incontrato in un albergo anche i rappresentanti dell’amministrazione Obama, tra cui il vicesegretario di Stato, William Burns, e l’inviato in Medio Oriente, David Hill: un incontro molto cordiale, ma entrambi gli hanno ribadito il fermo no degli Stati Uniti alla Risoluzione. Considerata – come ha ripetuto la portavoce del Dipartimento di Stato, Victoria Nuland – «un errore», una mossa controproducente che alla fine non farà altro che rallentare il processo di pace. La posizione di Washington, perfettamente in linea con quella israeliana, è nota: uno Stato palestinese può nascere solo dal negoziato tra le parti.
Ma la vera sconfitta di questa prova è senza dubbio l’Unione europea, che non ha saputo trovare una posizione coerente e univoca, presentandosi divisa al voto. Dopo il sì della Francia – seguita da Paesi come la Spagna e, fuori dall’Ue, la Russia, che ritengono sia questa la strada per riavviare un serio negoziato per la pace – la Germania, per bocca del portavoce della cancelliera Angela Merkel, ha confermato che non avrebbe sostenuto la Risoluzione presentata da Abu Mazen. Il Regno Unito invece, come ha spiegato il ministro degli Esteri William Hague, ha annunciato che Londra si sarebbe astenuta se non fossero accolte alcune condizioni, tra cui quella di rinunciare a ricorrere alla Corte penale internazionale (Cpi) contro Israele. Sì perché, diventando Stato osservatore dell’Onu, per i rappresentanti palestinesi si apriranno le porte di trattati e organizzazioni internazionali, tra cui appunto la Cpi. E i palestinesi non hanno alcuna intenzione di rinunciare a questa prerogativa, anche se non la danno per immediata: dipenderà dalle scelte di Israele sul fronte degli insediamenti nei Territori palestinesi occupati. L’obiettivo dell’Autorità palestinese – come è scritto nel testo di Risoluzione presentato da Abu Mazen – prevede comunque la ripresa dei negoziati di pace, che portino a un accordo definitivo in grado di garantire la costituzione di uno Stato palestinese che viva in pace con Israele e in sicurezza. Il tutto sulla base dei confini del 1967, come auspicò a inizio mandato anche il presidente americano Barack Obama.
Soddisfatta l’eurodeputata del Pdl Roberta Angelilli, vicepresidente del Parlamento europeo: «Un riconoscimento storico e un passo importante per il processo di pace in Medio Oriente. L’unica strada perseguibile affinché cessino in maniera definitiva le ostilità tra Israele e Palestina è la costituzione per due popoli di due Stati sovrani, che possano vivere in sicurezza. Ora tutta la comunità internazionale deve impegnarsi affinché riprendano al più presto i negoziati di pace».