Nove anni fa il sacrificio dei militari italiani

«Nella solenne ricorrenza della Giornata del ricordo dedicata ai caduti, militari e civili, nelle missioni internazionali per la pace, e del IX anniversario della strage di Nassirya, rivolgo il mio commosso pensiero a tutti coloro che hanno perso la vita nell’adempimento del dovere, al servizio del Paese e della comunità internazionale per la sicurezza e la stabilizzazione delle aree di crisi». Il presidente Napolitano affida ad una nota inviata al ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, il ricordo commosso delle vittime dell’attentato di Nassiriya, la più grande disgrazia per le forze armate italiane dalla fine della seconda guerra mondiale. «Con la consapevolezza – aggiunge nel messaggio commemorativo l’inquilino del Quirinale, estendendolo a tutti i caduti, in divisa e non, nelle missioni di pace – di quanto essi hanno dato, con dedizione ed onore, nel diuturno confronto con le grandi sfide del nostro tempo, esprimo l’ammirazione e la riconoscenza dei cittadini italiani per il loro supremo impegno e la mia affettuosa partecipazione al dolore dei familiari».
Dolore: si può riassumere in una sola parola quella giornata di orrore di cui ieri si è celebrato il lutto nazionale, in una data istituzionalmente tributata alle vittime – sembra quasi uno strano ossimoro – cadute in missioni di pace. Ed erano impegnati propri in attività di “peacekeeping” i carabinieri e i soldati attivi sulle rive dell’Eufrate, di base a Nassirya.
Era il 12 novembre del 2003 quando un boato assordante e un lampo squarciarono il silenzio operoso di un mattino qualunque nella base Maestrale, cominciato come tanti altri a Nassiriya, nel sud dell’Iraq, e tragicamente chiuso da un durissimo bilancio di morte e dolore: 28 le vittime, di cui 19 italiane (2 erano carabinieri, 5 militari dell’esercito e 2 civili: un regista ed un cooperatore internazionale).
Sono passati nove da quel terribile giorno, eppure il terrore e il dolore di quella mattinata nera, che spezzò quelle vite in missione di “peacekeeping”, non impegnate in azione di guerra, continuano a deflagrare incessantemente nella memoria del Paese. Un Paese che non può e non vuole dimenticare quella mattina di novembre, quando
alle 10.40 ora locale un camion cisterna carico di esplosivo forza il posto di blocco all’entrata della base, situata nella vecchia sede della camera di commercio locale: gli occupanti aprono il fuoco contro i militari a guardia dell’ingresso, che rispondono senza però riuscire a fermare il mezzo. Travolte anche le barriere fatte di reti e fili spinati, poste e a difesa della struttura, il minuto dopo scoppia l’orrore: l’esplosione del camion – a proposito della quale si è parlato di quattro kamikaze e di 150-300 chili di esplosivo usati nell’azione – sventra letteralmente la palazzina affacciata sulle rive dell’Eufrate, di cui restano visibili la carcassa e il cumulo di macerie. In quello che è il cortile della struttura, molti mezzi militari prendono fuoco e, a stretto giro, anche il deposito delle munizioni divampa in fiamme: è l’inferno. Un inferno di fuoco che dilaga con una rapidità inaudita e che non risparmia neppure la troupe del regista Stefano Rolla, che si trova sul luogo perché impegnato a girare un docufilm sulle missioni di pace, nonché i militari dell’esercito italiano di scorta alla troupe che si sono fermati lì per una sosta logistica, oltre all’operatore della cooperazione internazionale, Marco Beci. Anche l’altra sede, la base Libeccio, distante poche centinaia di metri dalla prima, viene danneggiata dall’esplosione.
I primi soccorsi vengono prestati dai Carabinieri stessi, dalla nuova polizia irachena e dai civili del luogo, ma il sacrificio di quelle vittime, impegnate a contribuire con il loro prezioso operato alla rinascita dell’Iraq, favorendo la sicurezza del popolo iracheno e lo sviluppo della nazione, non può rimanere sotto le macerie di quella tragedia. Un concetto ribadito dal presidente del Senato, Renato Schifani che, in un messaggio in cui ha rivolto il proprio «affettuoso pensiero» ai familiari delle vittime dell’attentato di Nassirya, ha sottolineato come «non abbiamo dimenticato i due civili, i dodici carabinieri e i cinque militari dell’Esercito che in Iraq persero la loro vita a causa di un vile attacco terroristico. Il loro impegno in una terra lacerata dalla guerra rappresenta ancora oggi per tutti noi e per tutti coloro che credono nei valori della pace e della fratellanza tra i popoli il simbolo delle più alte virtù morali». Di più: «Il ricordo di quel tragico evento ci rafforza nel condannare ogni forma di violenza – ha aggiunto – e ci induce a proseguire nelle azioni finalizzate alla promozione e al mantenimento della sicurezza, della democrazia e della pace in quelle aree caratterizzate da forte instabilità politica e da gravi violazioni dei diritti umani». Concludendo poi con un augurio rivolto «a tutte le Forze Armate a cui – ha chiosato Schifani – spero giunga forte la mia gratitudine per la professionalità e l’impegno che quotidianamente mettono al servizio di un mondo senza violenza».
E come ogni anno, da quella drammatica giornata scolpita nella memoria collettiva e nel cuore di tutti gli italiani, anche ieri si è ripetuto un po’ ovunque, nelle piazze e nelle strade del Paese, il rito solenne della deposizione di corone di alloro, targhe celebrative e omaggi floreali ai piedi dei vari momenti ai Caduti diffusi su tutto il territorio nazionale, in ricordo e in onore del sacrifico in terra straniera di quelle vittime, esempio di abnegazione e speranza. Figure intorno alla cui memoria si unisce un Paese intero; interpreti dei valori più nobili e intramontabili; esempi di coraggio e determinazione per tutti i nostri connazionali – e sono tantissimi – attualmente impegnati nelle zone belliche nevralgiche del mondo, aree tormentate del pianeta in cui militari e civili impegnati sul fronte della cooperazione, lavorano uniti al progetto della costruzione di un tessuto sociale e civile, in difesa dei più elementari diritti umani. Per questo, nella cerimonia commemorativa di ieri a Roma, a cui ha presenziato il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, nell’omaggiare sacrificio e valore delle vittime delle missioni internazionali di pace, ha ricordato come «questa cerimonia attiene non solo alla memoria di chi è caduto ma anche alla credibilità delle istituzioni, dallo Stato agli enti locali – ha detto il sindaco dopo aver deposto la corona davanti al monumento per le vittime inaugurato nel 2010 sulla terrazza Caffarelli, in Campidoglio – che dipende anche dal rispetto che riusciamo a conferire a chi si impegna e si sacrifica per il bene comune». «Se questo vale per i militari, per chi porta le stellette – ha quindi sottolineato Alemanno – vale ancora di più per le famiglie che si sono viste levare un proprio caro durante un’operazione militare. Loro non sono lasciate sole, sia da un punto di vista simbolico che materiale e concreto. Il messaggio di oggi è che non c’è uno Stato assente, non c’è una politica che volge la testa dall’altra parte, ma c’è l’impegno di tutti perché questa solidarietà sia sempre profonda, anche dopo eventi luttuosi e drammatici».
E fra i messaggi di cordoglio, anche quello del coordinatore del Pdl e ministro della Difesa nell’ultimo governo Berlusconi, Ignazio La Russa che, dopo aver tributato un doveroso pensiero ai familiari delle vittime di guerra, ma anche ai congiunti dei militari attualmente in missione all’estero, ha dichiarato che, «oggi come allora, è forte il dolore di tutti noi al ricordo delle devastanti immagini di quel giorno. Celebrando la Giornata del ricordo dei caduti – ha aggiunto La Russa – desidero rivolgere il mio sincero apprezzamento ai ragazzi e alle ragazze delle Forze armate, che giorno dopo giorno, lontano dalla loro terra e dagli affetti più cari, con dedizione e spirito di sacrificio combattono il terrorismo per riportare la democrazia».