L’Ilva chiude. Sequestrata la produzione

Quel che si temeva è accaduto: l’Ilva di Taranto ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Taranto a seguito del sequestro della produzione, disposto ieri dalla magistratura, che «comporterà in modo immediato e ineluttabile l’impossibilità di commercializzare i prodotti e, per conseguenza, la cessazione di ogni attività nonché la chiusura dello stabilimento di Taranto e di tutti gli stabilimenti del gruppo che dipendono, per la propria attività, dalle forniture dello stabilimento di Taranto». Se il presidente del Consiglio, Mario Monti, non convocherà nelle prossime ore un incontro giovedì i lavoratori del Gruppo manifesteranno sotto palazzo Chigi, annunciano i sindacati. I lavoratori «messi in libertà» dall’azienda nello stabilimento di Taranto sono circa 5.000. Il segretario della Fim Cisl, Marco Bentivogli, ha riferito che «l’azienda ci ha appena comunicato la chiusura, pressoché immediata, di “tutta l’area attualmente non sottoposta a sequestro” e ciò riguarda oltre 5000 lavoratori, cui si aggiungerebbero a cascata, in pochi giorni, i lavoratori di Genova, Novi Ligure, Racconigi, Marghera e Patrica».
La clamorosa svolta nella complessa vicenda giudiziaria è arrivata ieri con i sette provvedimenti di custodia cautelare emessi dal Tribunale di Taranto: tre persone sono in carcere e quattro agli arresti domiciliari, accusate a vario titolo di associazione per delinquere, disastro ambientale e concussione. Gli arresti sono stati eseguiti dalla Guardia di Finanza sulla base di due distinte ordinanze di custodia cautelare firmate dai gip Patrizia Todisco e Vilma Gilli. I provvedimenti sono legati anche ad una indagine, parallela a quella principale per disastro ambientale che il 26 luglio scorso ha portato al sequestro degli impianti dell’area a caldo del Siderurgico. Questa seconda inchiesta parallela è stata denominata “Environment sold out” (Ambiente svenduto). Tra gli arrestati per disposizione del gip Todisco figura il patron Emilio Riva, 86 anni, già agli arresti domiciliari dal 26 luglio scorso. La detenzione in carcere è stata disposta dallo stesso gip per il vicepresidente di Riva Group, Fabio Riva, figlio di Emilio, per l’ex direttore dell’Ilva di Taranto, Luigi Capogrosso, e per l’ex dirigente dell’Ilva, Girolamo Archinà. Ai domiciliari l’ex rettore del Politecnico di Taranto, Lorenzo Liberti. Per la parte Ilva il gip Todisco ha respinto la richiesta formulata dalla Procura di ulteriore arresto a carico dell’ex presidente Nicola Riva, anch’egli già ai domiciliari dal 26 luglio scorso. Su disposizione del gip Vilma Gilli, invece, ai domiciliari è stato posto l’ex assessore all’Ambiente della Provincia di Taranto, Michele Conserva, del Pd, dimessosi circa due mesi fa dall’incarico quando si seppe che poteva figurare tra gli indagati dell’inchiesta collaterale a quella per disastro ambientale. Ai domiciliari per ordine dello stesso magistrato anche l’ingegner Carmelo Delli Santi, rappresentante della Promed Engineering. Conserva e Delli Santi sono entrambi accusati di concussione. Il presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, e l’attuale direttore dello stabilimento tarantino, Adolfo Buffo, sono invece indagati «per inosservanza delle precedenti disposizioni dell’autorità giudiziaria».
Ma, al di là degli arresti, l’annuncio della chiusura dello stabilimento – con quello che ora accadrà in termini di occupazione – è stato determinato dal sequestro, da parte della Guardia di Finanza, di tutto il prodotto finito giacente sulle banchine del porto di Taranto utilizzato dall’Ilva, un sequestro preventivo chiesto e ottenuto dalla Procura: in questo modo la merce non potrà essere commercializzata. Si tratta di tutta la produzione dell’Ilva degli ultimi quattro mesi: lastre di acciaio e coils (lamiere), pronti per essere spediti alle industrie. La merce sequestrata non potrà essere commercializzata perché si tratta di prodotti realizzati in violazione della legge, dal momento che il sequestro dell’area a caldo, disposto il 26 luglio scorso (e confermato dal Tribunale del riesame), era senza facoltà d’uso: non per produrre dunque ma solo per mantenere in sicurezza gli impianti quel tanto che fosse sufficiente a giungere alla bonifica. La produzione realizzata in questi mesi, quindi, secondo la Procura di Taranto, costituisce profitto di reati. Il provvedimento, firmato anche questo dal gip Patrizia Todisco, è disposto sulla base del secondo comma della legge 321 (sulla responsabilità amministrativa delle società) in collegamento con l’articolo 240 del codice penale, riguardante la confisca di beni: esso riguarda anche eventuali future produzioni e pone così lo stop definitivo alla produzione dell’acciaieria.
In questi mesi, secondo quanto in più occasioni ha dichiarato il presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, lo stabilimento tarantino ha continuato a produrre: da ultimo aveva sottolineato che, con l’applicazione della nuova Aia, lo stabilimento tarantino sarebbe andato «incontro a una produzione minore», e questo «sicuramente» avrebbe avuto «ricadute occupazionali». La produzione quest’anno, nonostante il sequestro del 26 luglio scorso, era avviata ad esser chiusa sugli 8 milioni di tonnellate l’anno. Un dato che, in occasione del rilascio dell’ultima Autorizzazione integrata ambientale, aveva creato polemiche da parte degli ambientalisti, dal momento che l’Aia prevede appunto la produzione di 8 milioni di tonnellate sottolineando che si tratterebbe di una riduzione della normale produzione Ilva: per il presidente dell’associazione ambientalista PeaceLink, Alessandro Marescotti, l’annunciata riduzione «della produzione da 15 a 8 milioni di tonnellate di acciaio all’anno è un bluff».