La Waterloo del governo tecnico è la rivincita delle sue “vittime”

Ogni uomo alla fine incontra la sua Waterloo. Le parole di Wendell Phillips, oratore americano di fine Ottocento, sembrano adattarsi perfettamente alla stagione del governo tecnico. Una stagione che sta per finire nel peggiore dei modi, appunto con una Waterloo, anche se c’è ancora chi spera di prolungarla per un’altra legislatura con qualche correttivo e un’iniezione di centristi da troppo tempo a digiuno di poltrone. Ma quando un’esperienza è agli sgoccioli tentare di rianimarla diventa quasi impossibile. Un merito i Monti-boys, però, l’hanno avuto, anche se in maniera indiretta: nel pieno della valanga antipolitica – che sembrava prefigurare una nuova fase simile a quella di Tangentopoli, con tanto di processo collettivo – grazie ai tecnici si è capito che senza politica non si va da nessuna parte, perché, come ha sottolineato Gianni Alemanno, «non si può continuare a ragionare solo con i conti pubblici». Monti e i suoi professori sono andati avanti come carri armati, senza considerare in alcun modo l’equilibrio tra le esigenze della finanza pubblica e  quelle delle famiglie in difficoltà. Tutto in nome di un risanamento i cui confini non sono mai stati definiti tanto che oggi i dati sul debito pubblico sono peggiori di un anno fa. Nello stesso tempo, proprio perché credevano di avere carta bianca, i tecnici hanno a lungo snobbato le voci non allineate. «Siamo stanchi dell’insensibilità dei tecnici», ha detto Ignazio La Russa. Sì, il governo ha tirato troppo la corda. E chi era finito nel tritacarne sotto i colpi (non casuali) dello spread e delle ingerenze (altrettanto non casuali) della Merkel, ora si prende la rivincita. Perché di tecnicismo si può anche morire.