La marcia su Roma del gruppo Bilderberg

Fra i politici l’unico a commentare è stato Francesco Storace: «Il gruppo Bilderberg si riunisce a Roma. Non si sa se Monti ci va. Il premier prenda nettamente le distanze dalle consorterie internazionali». Scelta vagamente azzardata, quella del leader della Destra, perché la notizia della riunione è passata come poco più di una indiscrezione, sebbene data dal sempre informatissimo Dagospia e ripresa su diversi siti internet. Sulla carta stampata, invece, solo Libero s’è arrischiato a sparare un titolo su «La setta di Monti si riunisce a Roma», rilanciando le notizie del sito gossipparo. Nonostante la gran mole di dettagli, però, ancora restava qualche dubbio sulla veridicità della notizia e dell’incontro  il cui argomento è indicato nel «commissariamento dei Paesi euro più a rischio: Italia, Spagna e Grecia». In fondo, non stupisce per un gruppo che si porta dietro un’aura di mistero, che viene spesso e volentieri accostato alla massoneria e che svolge riunioni sempre a porte chiuse.
Nessuno dei nomi della lunga lista di invitati italiani, tra cui anche il premier Mario Monti, socio stabile del club, ha confermato o smentito di essere stato chiamato al meeting di questa super-lobby, che esiste dal 1954, riunisce un po’ più di un centinaio di gran potenti mondiali della politica, dell’economia e della finanza e, “si vocifera”, ha il vezzo di decidere i destini dei Paesi al di fuori delle sedi della rappresentanza democratica. Da Palazzo Chigi non è arrivata alcuna risposta a Storace. E risposte non sono arrivate nemmeno dagli altri ipotetici invitati alla riunione, fra i quali circolano i nomi di una gran pattuglia di ministri – da Anna Maria Cancellieri, che però pare non abbia accettato l’invito, a Francesco Profumo, da Paola Severino all’immancabile Elsa Fornero – di Giuliano Amato, Franco Bernabé, Entico Letta, perfino di Lilli Gruber.
A dire che, sì, effettivamente questo circolo in questi giorni si aggira per Roma ci ha pensato però un’altra fonte. Nel programma di ieri c’era anche una visita ai Musei Capitolini. Contattato il servizio informativo, è arrivata la conferma che il Palazzo dei Conservatori sarebbe stato chiuso in anticipo, proprio come da agenda fornita da Dagospia. Un altro paio di telefonate ed ecco l’altra conferma: alla base della chiusura anticipata c’era proprio la visita del club Bilderberg.
Le prime informazioni erano trapelate, invece, dall’Hotel de Russie, dove il gruppo alloggia e dove però alloggiano anche star e starlette del Festival del cinema di Roma, con inevitabile seguito di giornalisti e troupe televisive. Dagospia racconta che Marlieke de Vogel, segretaria del gruppo, abbia rischiato la salute mentale per tanta confusione e visibilità intorno a un incontro che, in teoria, doveva rimanere segreto. In teoria, perché poi c’è chi pensa che ormai il gruppo, che ieri sera ha dato un’affollatissima cena di gala, non abbia nemmeno più questo grande interesse alla riservatezza. «Non solo loro, anche gruppi come Goldman Sachs. Ormai è palese anche che, quando ne hanno bisogno, usano i loro uomini per fare politica. Il fatto che vogliono un unico governo mondiale è nelle loro dichiarazioni ufficiali», spiega Augusto Grandi, autore del libro Il grigiocrate, biografia non autorizzata di Mario Monti, in cui si approfondisce molto anche il rapporto del premier con le grandi centrali di potere internazionale, da Goldman Sachs a Bilderberg appunto. Secondo Grandi, dunque, queste realtà non hanno più bisogno della segretezza, se non per quel tanto che basta ad alimentare un po’ di complottismo e, quindi, a depotenziare la portata di certi eventi, rendendoli poco credibili. L’esempio più forte di questo meccanismo resta il Britannia: proprio per il tono complottista di certi racconti, a distanza di vent’anni ancora ci si chiede se sia vero o meno che sulla real nave inglese furono svenduti i gioielli delle aziende e delle società pubbliche italiane.
Dunque, quella di riunirsi al de Russie nei giorni del Festival, secondo Grandi, non è stata una scelta ingenua, ma un modo di gettare la maschera pur mantenendo un minimo di necessaria ambiguità. «Quando facevamo le prime presentazioni del libro – racconta il giornalista e scrittore – aprivamo con lo sketch di Guzzanti incappucciato che dice “Cari fratelli, dovevamo raggiungere tre obiettivi: rimbecillire i giovani, occupare i posti di potere e, adesso che fa caldo, togliamoci anche il cappuccio. Ecco – sottolinea Grandi – loro ora si sono tolti il cappuccio». Eppure, lo stesso, nessuno o quasi ne parla. Almeno, non nei canali più “blasonati”. «Non mi stupisce», prosegue Grandi, per il quale nei confronti di Mario Monti esiste una scarsa capacità critica, frutto di una sorta di sudditanza psicologica, tanto da parte della politica quanto da parte della stampa. Il problema è un po’ più profondo di un semplice timore reverenziale nei confronti del “Professore”. «C’è un vuoto di elite sia nella politica, sia nella cultura. Resta la rete, su cui notizie come il meeting di Roma circolano e vengono molto dibattute, ma la rete non può sostituirsi a tutto, non può sostituire l’approfondimento del giornalismo o la responsabilità della decisione della politica». È, dunque, in questo vuoto che realtà come il gruppo Bilderberg proliferano e si rafforzano fino a «venirci direttamente in casa per dettare i compiti al loro commissario». La scelta di Roma, quindi, per Grandi, non è affatto legata al piacere di una visita ai Musei capitolini, ma è un’affermazione di potere o, se si vuole, di strapotere esercitato anche attraverso «il peso di una pressione che viene fatta direttamente qui». Perché tanta premura? «Perché noi oggi siamo la piazza più interessante. La Grecia – ricorda Grandi – non è che conti molto, vale tre province del Veneto, mentre l’Italia è il vero terreno di prova. Siamo un test: se riescono a decidere cosa fare e come farlo qui, se dopo il governo Monti riescono a imporre al prossimo governo i compiti che decideranno in questi giorni, ottengono la dimostrazione di poter vincere ovunque».