Incandidabili. De Angelis e gli altri

Così ha titolato il Corriere della sera un articolo relativo al decreto che il governo dovrebbe produrre a seguito della delega sull’anticorruzione. Credo sia fatto noto – che io non ho mai nascosto e che viene ripresentato da vent’anni come assoluta novità da un nuovo giornalista convinto di aver fatto una scoperta sensazionale – che trent’anni fa sono stato condannato per un’opposizione eccessivamente radicale nei confronti del regime di ladrocinio e corruzione che dominava l’Italia degli anni Settanta. Non mi è stato contestato di aver fatto danno né a uomini, né a cose, o anche di avere detenuto armi o esplosivi e meno che mai di averne avuto la disponibilità, ma i giudici hanno ritenuto (come recita testualmente la sentenza, pubblica e disponibile a chiunque voglia averne lettura) che coltivassi “l’intenzione – seppur mai realizzata – di costituire una banda armata per realizzare il progetto rivoluzionario”. Mi rendo conto di aver avuto un’esistenza troppo piena perché possa essere digerita in un articoletto, ma sono assolutamente convinto di aver dato la mia giovinezza, la mia libertà e la vita (e purtroppo anche quella di miei familiari) al servizio del popolo. E poi di aver dedicato allo stesso servizio il mio talento professionale come giornalista e oggi la competenza, esperienza, onestà intellettuale e lo stakanovismo con cui ho svolto per otto anni la funzione di rappresentante del popolo in Parlamento. Non importa se sarò ricandidato o rieletto. Ho fatto i lavori più umili e più duri per mantenermi dall’età di vent’anni e sono in grado di svolgere ogni mestiere e professione. Parlo quattro lingue quindi posso persino farlo altrove. Non ho bisogno di essere “membro nominato della Casta” per mantenere i miei figli. Mi fa molto male, ovviamente, essere accomunato a chi è sospettato di essere un corrotto, un ladro, o di aver tradito la fiducia del popolo. Il mio popolo mi giudicherà. E d’altronde è l’unico, assieme a Dio, a cui conceda di farlo.