Il Pdl ora aspetta un segno dal governo

Il braccio di ferro sulla data delle elezioni ingaggiato dal Pdl con il governo Monti potrebbe stavolta avere esiti inas inpettati. Il partito guidato da Berlsuconi e Alfano è determinato, questa occasione, ad andare fino in fondo e aspetta un segnale dai “tecnici” che scongiuri la data del 10 febbraio fissata per le elezioni regionali. Ieri il segretario Alfano è stato molto chiaro su questo aspetto, nel confronto a tre con Bersani e Casini alla tavola rotonda organizzata dalla Confederazione nazionale artigiani (Cna). Sarebbe di «buon senso» votare politiche e regionali nella stesso giorno, mentre dire no all’election day è «una follia». Spiega Alfano: sarebbe insensato «consegnare il paese a 4-5 mesi di estenuante campagna elettorale». Una «follia», insiste, perché «non possiamo pagare la tassa Bersani, non si possono buttare dei soldi così dei cittadini. Si tratta di 100 milioni di euro». Se per fare l’election day occorrerà anticipare il voto politico, «per me non è un problema», assicura Alfano. Una linea convintamente sostenuta anche da Silvio Berlusconi, sempre più persuaso che occorra mettere al più presto la parola fine all’esperienza Monti.
A rafforzare la tesi del Pdl è giunto anche l’ultimatum di Ignazio La Russa: «Se il governo tira troppo la corda, c’è rischio che si voti davvero in anticipo per le politiche, le regionali e le comunali». In caso di elezioni politiche anticipate le primarie si potrebbero fare lo stesso, assicura La Russa, che non appare preoccupato dal fatto che il Pdl dovrà fare la campagna elettorale con un Berlusconi defilato: «Nessuno è indispensabile – osserva – neanche Berlusconi, le idee non camminano sulle gambe di uno solo». L’accorpamento è indispensabile, insiste a sua volta Altero Matteoli, che propone di anticipare regionali e politiche a marzo.
Alfano ieri ha incassato anche la disponibilità dell’Udc sulla possibilità di un voto anticipato: «Io penso – ha detto Casini – che fare la legge elettorale e andare al voto è un vantaggio per tutti perché cinque mesi di campagne elettorale tra regionali e politiche comportano la paralisi relative di governo e Parlamento». Bersani però tiene il punto: «Cerchiamo di stare ai fatti: legge alla mano, per le regioni bisogna andare a votare. Ora, la data delle elezioni politiche è a scadenza naturale, salvo riflessioni che vengano da presidente della Repubblica e dal governo. Ma queste riflessioni sono legate alla legge elettorale». Poi rivolto ad Alfano: «Non è questione, Angelino, di spese perché il Lazio ha già perso 650 milioni di euro di fondi europei. Quindi il problema non si pone pone, l’election day significa anticipare il voto e questo non è nelle nostre mani. Nelle nostre mani c’è fare la legge elettorale. Questo tocca a noi».
Sulla questione arriva il no comment di Giorgio Napolitano: «Non ne parlo ora». Ma fa capire di seguire la vicenda con crescente preoccupazione: «Non invado campi altrui, ma non taglio solo nastri». Quindi spiega: «Non esito a esprimermi con spirito critico anche nei confronti dei comportamenti dell’attuale governo nel suo complesso, e non perdendo di vista quel che l’Italia deve al governo del presidente Monti per un recupero incontestabile di credibilità e di ruolo nel mondo». Napolitano conclude con il monito di sempre: «Non si può giocare con il rischio di un fallimento dei conti dello Stato».
Il presidente del Senato Renato Schifani si augura «una soluzione di mediazione che accontenti tutti e che consenta al nostro paese di non vivere momenti di tensione come quelli che stiamo vivendo in questo momento». Mediazione che, secondo Alfano, dovrà arrivare dal governo e dall’odierno consiglio dei ministri: «La mediazione non spetta a noi ma al governo, io non ho da mediare nulla». E dalla presidenza della Camera arriva un’apertura all’ipotesi di election day: «Il Presidente della Camera – afferma Gianfranco Fini – non può entrare nel dibattito sulla data delle elezioni con il calendario in mano. Io dico solo che ritengo opportuno un accorpamento, sia per una diminuzione dei costi sia per evitare una campagna elettorale troppo lunga che finirebbe per paralizzare il Paese».