Il montismo? Il potere senza il popolo

“Ludi cartacei”, diceva una volta un tale. Lo stesso concetto viene in mente oggi osservando le cronache di quanto accade all’interno dei due maggiori partiti italiani. Non perché le primarie presenti e future, le discussioni, i dibattiti in corso siano necessariamente poco seri, anzi. L’impressione, tuttavia, è che gli sforzi per dare alle dinamiche partitiche di questi giorni una dignità politica siano alla fin fine frustrati da una sorta di pregiudizio tecnocratico che in Italia è da qualche tempo divenuto moneta corrente. Per dirla più chiaramente: che senso ha dannarsi l’anima per rinnovare, rottamare, ricostruire, ripensare partiti e tradizioni politiche se poi tutti (tutti: dagli stessi partiti in vena di masochismo al Professore in persona) danno per scontato che Mario Monti dovrebbe continuare a fare il premier anche nel prossimo governo? L’ultimo a ributtare sul tavolo l’opzione del Monti bis è stato appunto il diretto interessato, che di fronte a un Fabio Fazio incalzante e inflessibile come una spugnetta per inumidire le dita, ha attaccato con il suo solito soporifero sermone: «Rifletterò su tutte le possibilità nessuna esclusa in cui eventualmente io ritenga di poter dare il mio contributo al miglior interesse dell’Italia e qualunque decisione sarà inevitabilmente mia ma mi affiderò molto alle valutazioni e a ciò che il Capo dello Stato avrà da dire in generale e a me in particolare». Se avete superato indenni la manovra a tenaglia detta della “perifrasi assassina” avrete capito che Monti ci sta pensando. Eccome se ci sta pensando.
Eccolo, l’aspetto “ludico” a cui hanno ridotto la democrazia: sembra di vedere i ragazzini che giocano in cortile con la serietà e l’impegno che solo il gioco riesce a richiedere. Poi però si affaccia la mamma alla finestra che li richiama in malo modo per la cena e allora quella sfida a nascondino da cui sembrava dipendessero i destini del mondo viene presto archiviata per rincasare in fretta ed evitare il classico scapaccione correttivo. Allo stesso modo è sconfortante vedere come le aspre lotte interne per la leadership dei partiti – ora nobili, ora meno – siano in realtà relativizzate da una concezione della politica che vede il voto non come espressione della volontà popolare ma piuttosto come passaggio burocratico, vagamente consultivo, quasi un orpello barocco. Qualche tempo fa persino il Capo dello Stato – certo non accusabile di anti-montismo aprioristico, vista la dinamica della nomina a dir poco inconsueta del Professore a premier – è dovuto intervenire con un certo fastidio per ricordare ai partiti che Monti è già senatore a vita e che quindi è tecnicamente incandidabile e che anche una eventuale “lista Monti”, alla luce di ciò, sarebbe surreale e impraticabile. E se lo dice lui…
Forse dobbiamo davvero rassegnarci a essere una sorta di “monarchia tecnica costituzionale”, magari con Monti premier a vita, come auspicava tempo fa quel campione di democrazia e sensibilità sociale che è Sergio Marchionne. Del resto l’ideologia del montismo prevede più o meno questo: un decisionismo algido in cui il popolo è non soggetto ma oggetto della politica e tutto ciò che attiene al rituale elettorale un fastidioso atto dovuto di natura prettamente formale. Proprio ieri, agli stati generali dei manager a Milano, il premier ha spiegato: «Il problema non è quello di chi guida il governo o presiede la repubblica italiana, ma è se si riesce in Italia a far evolvere la cultura dell’economia e della politica in un modo abbastanza radicalmente diverso da quello che vediamo oggi prevalere, soprattutto in pochi mesi». Andiamo a decifrare utilizzando un dizionario bocconiano-italiano italiano-bocconiano. Intanto c’è l’idea, di pura matrice azionista, che gli italiani siano un popolo sbagliato, da cambiare, possibilmente da anglicizzare. Figuriamoci se gente così inaffidabile può addirittura ambire a essere “sovrana”. La visione post-democratica della politica è tuttavia evidente anche in altri passaggi: cosa significa che “il problema non è quello di chi guida il governo”? Significa che è indifferente se governa chi è stato eletto per farlo oppure qualcuno che non ha legittimazione popolare? Il “chi deve governare” non è una quisquilia concettuale ma il cuore – da Platone in poi – della riflessione occidentale sul senso della politica. Dire “non importa il chi e il come ma solo il cosa” è finto buon senso che in realtà trasforma radicalmente la nostra percezione di cosa è il governo di una nazione. Significa che in casi eccezionali si può delegare la sovranità a chi sa fare quello “che c’è da fare”: gli economisti, se il problema è l’economia, i militari, se è l’ordine pubblico. Già diversi mesi fa, del resto, Monti aveva parlato molto chiaramente: «Si è parlato del rischio di una democrazia senza demos (popolo). Credo piuttosto che ci sia il rischio di una democrazia senza kratos (potere)». Ora, il decisionismo è certo una grande cosa, con sostenitori concettuali di grande rispetto, Schmitt in testa. Ma il potere della decisione serve alla politica proprio per rivendicare la libertà e la sovranità dei governanti rispetto ai meccanismi impersonali e acefali come, per esempio, le bizze dei mercati. Il sospetto che il decisionismo montiano vada esattamente in senso opposto e serva solo a far ratificare più in fretta e senza tante discussioni quel che i suddetti mercati decidono è forte. La frase citata, in verità, terminava con un inaspettato: «Altrimenti il kratos viene dato ai mercati». Illuminazione tardiva? A giudicare dai continui appelli di Palazzo Chigi a non deludere le aspettative dei “grandi investitori” e simili entità eteree, il timore è che il Professore volesse dire semplicemente: “Se non facciamo noi quello che ci chiedono i mercati saranno loro stessi a farlo senza chiedercelo”. A chi ha fatto la fila per votare Bersani o Renzi magari potevano anche dirlo prima.