Come votare, accordo vicino e tempi stretti

Tutto rinviato alla settimana prossima sulla legge elettorale, con la ghigliottina di trenta giorni di tempo massimo a disposizione per trovare un accordo soddisfacente. Sul tavolo resta il “lodo D’Alimonte” ma, dopo una riunione fiume a Palazzo Grazioli – che aveva toccato anche il tema del sistema di voto – mercoledì sera è saltata la seduta prevista in Commissione Affari Costituzionali del Senato per cercare un accordo realmente allargato a tutti. Un rinvio “tecnico” a martedì prossimo per consentire ai partiti di limare un eventuale accordo. In linea di massima ci sarebbe già un’intesa sull’abbassamento della soglia del premio in aula dal 42,5% al 40%. Dovrebbe poi arrivare, in commissione, qualora ci fosse accordo, sotto forma di emendamento del relatore Lucio Malan il “premietto” intorno al 10% per il primo partito in caso nessuno vinca il premio di maggioranza del 12,5%. La situazione a quel punto si sbloccherebbe e ci sarebbero più chance che la riforma vada in porto. Una riforma che, a quel punto, avrebbe quel tasso di condivisione più volte chiesto anche dal presidente della Repubblica che, si racconta in ambienti parlamentari, potrebbe a breve fare una nuova dichiarazione pubblica in questa chiave.

Prove d’intesa con l’Udc
«Faremo di tutto per trovare un punto di intesa sulla legge elettorale. Noi non lavoriamo per dividere, ma per unire sulla legge elettorale. Un accordo ci sarà, perchè nessuno può assumersi la responsabilità di non farlo. Chi si sottrae, vuol dire che vuol tenersi il Porcellum. Ma allora lo dica chiaramente», ha ribadito ieri il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini. Ma anche il Pd, dopo un iniziale arroccamento, lancia segnali: «Col Pdl stiamo discutendo dell’ipotesi di una legge elettorale una soglia al 40% per raggiungere un premio di maggioranza che porti al 54% dei seggi o, se nessuno arriva alla soglia, un 10% al primo partito,  «e ci attendiamo che nel corso delle prossime ore si giunga ad un incontro per poter definire i termini dell’accordo», ha detto la presidente dei senatori Anna Finocchiaro. Ma resta il modo delle preferenze, che la maggioranza del Pdl ritiene imprescindibili e che invece il Pd non vede di buon occhio: «Sulle preferenze dentro tutti i gruppi parlamentari si scontrano le buone ragioni di chi, come noi,  ritiene le preferenze pericolose e vorrebbe i collegi e le ragioni di chi ritiene possa essere uno degli strumenti per scegliere la rappresentanza. Io spero che le nostre ragioni, che sono quelle dell’Italia, possano prevalere», ha spiegato ancora la Finocchiaro.

Il Pdl dice no ai veti del Pd
«Noi abbiamo sempre ricercato un accordo. Le regole si fanno tutti insieme ma non bisogna nemmeno pretendere di avere il diritto di veto sulla riforma», ha spiegato ieri il vice capogruppo del Pdl al Senato, Gaetano Quagliariello. Ora, ha aggiunto, «lo schema è quello di un premio che serve per governare e che porta, dunque, oltre il 50%, se non c’è questa condizione non c’è più un premio di governabilità ma un premio di aggregazione. Questo – ha detto ancora – è lo schema possibile, sulle soglie bisogna ragionare ma nessuno può pretendere di imporre la propria posizione». Nessuno «può dire o così o Pomì». Quagliariello difende anche l’accelerazione che c’è stata in commissione con il voto di Pdl, Lega e Udc sulla soglia al 42,5%, «è anche grazie a questo – dice – che ora si sta discutendo».

«Solo 30 giorni di tempo»
«Il presidente Schifani aveva giurato che il Senato era pronto a lavorare anche ad agosto, anche il sabato e la domenica pur di approvare la legge elettorale. Era luglio. Ancora una volta, invece, la commissione Affari costituzionali – che doveva lavorare anche in notturna – per la seconda settimana rinvia alla settimana successiva», polemizza il deputato pd Roberto Giachetti, da tempo in sciopero della fame, sottolineando che mancano solo 30 giorni di lavoro effettivo del Parlamento prima che scadano i tempi per una modifica.