Casini fa il direttore d’orchestra, ma non ha né violinisti né voti

Viaggia sul 5-6 per cento al massimo, frutto più che altro dello zoccolo duro democristiano old style. Non dice una parola sulle scelte del suo partito – o la sua lista, chiamatela come volete – in merito alle alleanze, visto che a livello locale sbarca ora su una sponda e ora sull’altra, «a seconda dei candidati», dice lui. Quando gli si chiedono chiarimenti non li dà, però pretende di decidere cosa devono fare gli altri, quelli che paradossalmente hanno il triplo dei suoi voti. Casini non si smentisce, “macchia” ogni mossa con la pretesa di essere il direttore d’orchestra. Ha fatto da coro al tecnopremier, si sente uno dei grandi artefici dell’arrivo dei tecnici a Palazzo Chigi e quindi in diritto a dettar legge. «È chiaro – ha detto – che un governo di larga coalizione non c’entra con certe persone, che si sono autoescluse e non sarebbero coinvolgibili, avendo un giorno sì e l’altro pure criticato Monti». In primis, c’è da capire perché l’obiettivo dovrebbe essere la larga coalizione, che non è certo un sogno diffuso nella politica italiana (anche se è sempre stato il sogno dell’Udc). Poi gli si dovrebbe ricordare che il dissenso è il sale della democrazia, perché altrimenti ci sarebbe il pensiero unico. E se un parlamentare non è d’accordo con Monti ha tutto il diritto di dirlo senza finire nelle liste di proscrizione, con Casini che mostra il cartellino rosso e decide chi può e chi non può candidarsi nelle liste (degli altri). Poi la chicca finale: «Potrei fare il ministro in un governo che facesse il bene del Paese». Non si sa quale sia questo governo. Si sa solo che lui vuole fare il ministro, dopo essersi illuso d’aver fatto il direttore d’orchestra.