Franco Cardini: “Anche nella cultura ci hanno commissariato”

Sarà sicuramente capitato a tutti di utilizzare mobili svedesi e di ballare un tormentone sudcoreano, ma parliamoci chiaro: chi è, nell’ultimo anno, che ha mai visto un film finlandese, mangiato in un ristorante canadese, sognato di visitare un museo danese? Eppure tutti questi Paesi, secondo la classifica di “Monocle”, surclassano l’Italia in termini di “soft power”. Parliamo dell’influenza culturale e mediatica nel mondo, cioè il nostro piatto forte. Eppure pare che l’Italia non vada oltre il 14esimo posto. Perché accade questo? “Perché certe classifiche sono ancora basate su criteri utilitari ed eurocentrici”, spiega lo storico Franco Cardini.

Professore, come giudica questa classifica?

Non so se i sociologi abbiano già creato il concetto di “Prodotto culturale lordo”, ma credo che ce ne sia bisogno, perché è giunto il momento di distinguere con chiarezza il potere economico e militare dal potere mediatico. Esiste una capacità di produrre idee e influire sui modi di pensare che pesa enormemente sullo scacchiere internazionale. Altri Paesi, magari più grandi dei primi, sono tuttavia meno originali e vengono meno ascoltati.

L’Italia passa dal 16esimo al 14esimo posto. Il progresso, dicono, è merito del passaggio da Berlusconi a Monti. Ma, al di là degli aspetti pittoreschi che generavano l’ironia dei media internazionali, siamo davvero sicuri che il peso reale dell’Italia sia cambiato?

Vede, noi siamo guardati all’estero fondamentalmente come dei cialtroncelli. “Si sono almeno liberati da quell’episodio clownesco”, dicono di noi, pur mantenendo ancora forti perplessità. Ma il punto è che se l’Italia è più apprezzata oggi è solo perché, fra i paesi a rischio dell’Eurozona, il nostro è quello che più docilmente si è fatto commissariare dai mercati e dagli organismi sovranazionali. Se questo è un modo di guardare positivamente al nostro Paese… Francamente mi sento più umiliato ora che quando mi dicevano che ero un servo di Berlusconi, seppur, nel mio caso, un servo piuttosto riottoso.

Di un 14esimo posto non c’è comunque da andare molto fieri…

In realtà non è una cosa che faccia stupore, ma certo deve allarmare, pure alla luce del peso per esempio turistico e artistico del nostro Paese. Anche se forse è giunto il momento di cambiare certe prospettive antiquate.

Cosa intende dire?

Mi riferisco a quelle buffe statistiche che vorrebbero in Italia il 90% delle opere d’arte mondiali. Credo che questo valga solo se facciamo centro sull’arte intesa in senso medievale-umanistico, ma se ampliamo la prospettiva e pensiamo all’arte anche in senso antropologico, questo non è più vero. Forse dovremmo avere categorie meno eurocentriche o occidentocentriche.

In questo senso stupisce l’assenza in classifica di nazioni come Cina, India, Sudafrica, mentre il Brasile è solo 17esimo. Guardiamo ancora troppo al nostro ombelico?

C’è un sommerso che è in crescita, ci sono Paesi come quelli che lei ha citato che sono in piena ebollizione. Le faccio un solo esempio: quanto sono ridicoli quei quotidiani italiani – e non faccio nomi per carità di patria – che dipingono l’Iran come “isolato” sulla scena internazionale? Dietro Teheran ci sono “solo” Russia, Cina, Brasile e Sudafrica. Cioè le quattro economie emergenti che domineranno il mondo entro breve tempo. Forse dobbiamo raddrizzare la rotta e mettere meglio a fuoco la realtà.

Fa scalpore che gli Usa siano stati spodestati dal primo posto…

In realtà è almeno dagli anni ‘70 che si registra una decrescita nei confronti della capacità americana di influire sul mondo. Dos Passos l’aveva predetto con largo anticipo, quella degli Usa è una decadenza annunciata.

Un altro dato curioso è quello della Corea del Sud all’11esimo posto. Davvero il Gangnam Style pesa più della Cappella Sistina?

Questa è stata esattamente la grande sfida perduta del XX secolo e sarà la grande sfida – forse ancora una volta perduta – del XXI: finché un centro commerciale sarà agli occhi della popolazione media più importante della Cappella Sistina avremo di questi problemi. Ci vorrebbe una inversione di rotta, bisognerebbe scalzare l’individualismo, l’utile dal primato che è stato loro conferito. Purtroppo oggi viviamo in una società dell’immagine. Non, attenzione, dell’immagine con la I maiuscola ma di quella mediatica. Il nostro mondo non è cristico, ma demonico. Anche se qualche segnale contrario si intravede. Forse per il futuro non tutto è perduto.