Alain de Benoist: Verso una primavera dei popoli europei

Come da diritto commerciale, Mario Monti amministra il concordato preventivo dell’Italia per conto della Germania, che a sua volta agisce su mandato americano, con la connivenza franco-britannica. Esclusa da ogni vero direttorio mondiale, l’Italia ha difeso la sua esigua sovranità sopravvissuta alla Guerra civile europea 1918-1945 e alla Guerra fredda 1948-1989. Essa ha ormai solo una sovranità sospesa, più che quella limitata di un tempo. Ma neanche i Paesi vicini stanno troppo bene. Per alcuni pensatori, l’Unione europea (Ue) è solo la Confederazione Germanica dell’Euro, pseudonimo del marco. Certo l’Europa dei popoli non è nata; è nata invece l’Europa del denaro, della quale Alain de Benoist scrive in “Sull’orlo del baratro. Il fallimento del sistema denaro” (Arianna editore), che ha presentato nei giorni scorsi a Bergamo e a Milano.

Alain de Benoist, lei viene in Italia quasi ogni trimestre da 40 anni. Le pare che essa sia ancora una democrazia?

«Se non sbaglio, un colpo di Stato ha portato al potere Monti, che non ha legittimità democratica, non essendo mai stato eletto dal popolo».

Prima c’era un governo, ora c’è la governance…

«… il cui ideale è governare senza il popolo. Benché la democrazia abbia come principio la sovranità popolare, la si fa sfociare in oligarchie di tecnocrati e banchieri».

Fine della democrazia?

«Nel sistema attuale è quasi impossibile fare retromarcia: gli Stati si sono sottomessi ai vincoli dei mercati finanziari, i soli a fare prestiti agli Stati, da quando le loro banche centrali non possono farne più».

Continui, per favore.

«Grazie al Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e all’adozione quest’anno del Trattato su stabilità, coordinamento e governance (Tscg) dell’Ue, i parlamenti nazionali non possono più decidere il bilancio. Un attentato alla sovranità nazionale, ma anche alla democrazia».

E ora che fare?

«La crisi continua, ma le politiche di austerità ne scaricheranno i costi su classi medie e popolari, senza essere efficaci. Generalizzeranno la miseria, senza permettere agli Stati di sdebitarsi. Le misure adottate rinvieranno solo le scadenze, mentre i popoli soffrono e insorgono».

Non è grottesco che figure come Monti, espressioni della prima Repubblica, passino per immuni dalle colpe dei politici che li hanno usati fin dagli anni ‘60 e ‘70?

«In effetti i piromani – come chi orbita attorno a Goldman Sachs – hanno finito col nominarsi comandanti dei pompieri. Perciò siamo sull’orlo del baratro, per dirla col titolo del mio libro».

Vede somiglianze tra l’Italia e altri Paesi europei?

«I governi sono diversi, ma ovunque la crisi ha gli stessi effetti. E ovunque il debito esplode, i redditi crollano, i servizi pubblici smettono di funzionare».

In una campagna elettorale ancora abbastanza recente Hollande diceva: “La finanza è il nemico”…

«… ma, appena è stato eletto, Hollande ha fatto la politica di Sarkozy. Ha firmato il Tscg e ha aumentato l’Iva».

E la Germania?

«Va meglio grazie alle esportazioni, che però avvengono specialmente nei Paesi dell’area dell’euro. Quando essi saranno rovinati, ridurranno le importazioni…».

Qual è la sua interpretazione della crisi?

«Il mio libro mostra il passaggio dalla crisi del debito privato a quella del debito pubblico. Stati già in deficit si sono massicciamente indebitati per aiutare le banche, chiedendo prestiti a privati per soccorrere altri privati!».

Una situazione surreale. Siamo a una crisi del capitalismo tra le peggiori o a qualcosa di peggio?

«La crisi attuale è più grave di quella del 1929. Innanzitutto perché è realmente una crisi mondiale, poi perché oggi il capitalismo è essenzialmente speculativo e finanziario, totalmente de-territorializzato».

Mi spieghi meglio.

«Resa possibile dalla globalizzazione, la de-territorializzazione va di pari passo con la de-localizzazione. Ciò spiega l’abbattersi della crisi sulle classi medie».

Che non sono più quelle di una volta.

«No, perché non beneficiano più di parte dei profitti, come all’epoca dei capitalismi nazionali».

Dunque?

«Siamo a una crisi strutturale, non congiunturale, del capitalismo, cioè del sistema del denaro».

In Francia molti scorgevano nel Mec, poi nella Cee, infine soprattutto nell’Ue l’Europa tedesca.

«I sovranisti (fautori delle sovranità nazionali, ndr) non avevano torto nel prevedere il fallimento dell’euro».

Perché?

«Perché Paesi con strutture economiche di livello divergente non possono avere la stessa moneta, specie se dal tasso troppo alto (l’euro è ricalcato sul marco)».

Mi ha detto quando i sovranisti non hanno torto. Quando hanno ragione?

«Quando denunciano le perdite di sovranità nazionali, non compensate dall’emergere di una vera sovranità europea».

Quando i sovranisti hanno torto?

«Quando credono che tornare alle valute nazionali risolva i problemi. Le sfide attuali sono su scala maggiore che quella dello Stato-nazione».

Che cosa i sovranisti in Francia e certi leghisti in Italia non vedono?

«Ostili all’Europa, e non solo all’Ue, non vedono che, rompendo l’ordine oggi egemone, un’altra Europa sarebbe possibile».