«Voglia di Pdl sul territorio»

Cosa resta del partito, alla periferia dell’Impero? Dirigenti che si dannano l’anima per non perdere gli elettori, elettori che si dannano l’anima per non perdere la fede, anime perse che cercano ancora un buono motivo per votare il Pdl. Ma la parola “rottamazione”, appena esci dalla Capitale, non piace a nessuno, soprattutto a chi non ha nulla a che vedere con i Fiorito e non per questo accetta di sviluppare l’acronimo Partito-dei-ladri. «Forse dovevamo essere più attenti nella vigilanza dei comportamenti dei singoli – spiega Remigio Ceroni, coordinatore regionale del Pdl nella Marche –  ma ora sarebbe sbagliato cedere a tentazioni fantasiose, buttando via tutto, anche il buono del partito che c’è. Sul territorio c’è gente che aspetta segnali di svolta sia sotto il profilo dei contenuti che della moralità e c’è una classe dirigente che opera ancora sotto il simbolo del Pdl, tenendo vivo il rapporto con la gente». Anche il coordinatore provinciale di Pistoia, Alberto Lapenna, fa notare come ci sia ancora voglia, e tanta, di politica e di partito, al di là del nome da cambiare. Lapenna cita recenti incontri affollati con Sacconi, Brunetta, Cicchitto e Matteoli e invita i vertici del Pdl ad abbandonare atteggiamenti sfascisti e depressivi. «In fin dei conti, fino a un anno fa, avevamo vinto tutto, poi è arrivata la botta delle amministrative: ma se il Pdl avesse valorizzato il lavoro che noi dirigenti locali continuiamo a fare sul territorio, probabilmente la frana non ci sarebbe stata. Qui c’è voglia di politica e di centrodestra: se rottamiamo il Pdl, poi che arriva? Già ora la gente ci chiama, confusa, e noi non sappiamo che dirgli». Da Asti, profondo nord, il coordinatore provinciale Paolo Milano non nega che anche dalle sua parti il momento del Pdl non sia affatto semplice. «Ma la voglia di far politica di chi ci votava e ci vuole ancora votare, è rimasta immutata. La parola rottamazione è di gran moda, ma a me non piace, così come ci interessa poco la questione del nome. La gente ci chiede di sapere con quale progetto vogliamo andare avanti, vuole sentirsi dire che i valori sono quelli di sempre, senza liti o dissidi su finte questioni: certo, le differenze ci sono anche qui, il dibattito interno pure ma i nostri dirigenti provinciali remano tutti nella stessa direzione, spero che accada altrettanto anche a Roma». A Brescia il coordinatore provinciale Alessandro Mattinzoli parla esplicitamente di “smarrimento” dell’elettorato, ma non lo attribuisce al fallimento del Pdl in quanto partito. «I nostri elettori soffrono della mancanza di un progetto di prospettiva, per noi e per i nostri elettori: ci sta anche bene restare in Purgatorio, uno, due, tre anni, ma per andare dove? Inutile pensare di buttare via tutto, non è che tutto il vecchio è negativo e tutto il nuovo sarebbe il toccasana: il problema sono i contenuti. Il brand del Pdl ha perso il suo fascino, è indubbio, ma lo si recupera solo facendo politica, non lanciandosi in strane alchimie politiche solo per ridurre i danni di una sconfitta elettorale». Anche per Angelo Capelli, coordinatore provinciale di Bergamo, sarebbe interessante capire “dopo la rottamazione che arriva”. «Credo che la gente abbia ancora bisogno dei partiti per costruire il proprio percorso di consenso e di democrazia: se l’ultimo Pdl ha fallito, non è detto che quel modello fosse sbagliato. Chi glielo spiega a tutti i dirigenti locali che si riparte da zero, dopo tutto quello che hanno fatto?».