Veltroni cerca l’ultimo applauso

Un colpo di teatro. Questo è stato l’annuncio di Walter Veltroni alla trasmissione di Fabio Fazio proprio nel giorno in cui Bersani dava il via alla sua campagna per le primarie. Un gesto che spiazza, e non solo nel centrosinistra. Perché gli anticasta già dicono: solo lui non basta, facciano un passo indietro gli altri “vecchi”. Esemplare, tra tutte, la dichiarazione di Matteo Renzi, quello che con più forza aveva invocato la rottamazione degli antichi leader: «Bene Veltroni, sono sicuro che non sarà l’unico a non ricandidarsi». Parla da trionfatore, Renzi, e pensa sicuramente a D’Alema, a Rosy Bindi, a quelli che più lo hanno osteggiato, alla nomenclatura che lui si è incaricato di spazzare via. E D’Alema risponde:  «La mia disposizione è a non
candidarmi. Semmai posso candidarmi se il partito mi chiede di farlo». Ma la mossa di Veltroni pone anche altri interrogativi: quando dice che per fare politica non è obbligatorio stare in Parlamento, dove del resto si trova dal 1987, lancia a modo suo una sfida ulteriore, che oltrepassa l’idea della carriera in un partito come garanzia di un posto fisso. Sembra cedere a Renzi ma recupera un caposaldo del pensiero “renziano”.
E che Veltroni fosse sfiduciato dal contesto, isolato, deluso, lo si era visto già col suo ultimo romanzo, “L’isola delle rose”, dove si racconta di un’utopia che si rende concreta, tangibile, di un sogno che si prova a realizzare, di una passione che trascina e che è però destinata al fallimento. Quando si scrive di queste cose è normale che non si abbiano più parole d’ordine da seminare. Le ultime Veltroni le aveva elargite nell’ormai famoso discorso del Lingotto (2007), quando a Torino lanciò la sua candidatura a premier e invocò per la politica un salto di qualità: basta con le contrapposizioni del ’900, basta dire che se una cosa la fa la destra fa sempre schifo per la sinistra e viceversa, diamo continuità alle riforme, trasformiamo la sinistra nella grande area di chi crede che occorre garantire a tutti uguali condizioni di partenza, la vocazione maggioritaria, un Pd che non si impegna solo a “difendere” ma che non ha paura di “innovare”. Si lancia nell’avventura con il motto obamiano “Yes we can” ma fu sconfitta contro il Cavaliere, anche se Veltroni si impegnò a non nominarlo mai. Fu sconfitta ammessa da Veltroni che sconsolato commentò in tv: «Lo sapevamo, questo Paese è profondamente di destra». Poi cominciò lo stillicidio delle critiche alla sua gestione da segretario, fino alle dimissioni nel 2009: «Mi assumo le responsabilità mie e non. Basta farsi del male, mi dimetto per salvare il progetto al quale ho sempre creduto».
Ma il progetto è ancora salvabile? Il Pd contenitore di culture diverse non ha funzionato. Prima c’erano le due sinistre, quella veltroniana e quella dalemiana. Adesso ci sono una sinistra, un centro e una destra anomala rappresentata da Matteo Renzi. Uno scombussolamento d’identità, programmi e punti di riferimento nel quale sarà difficile mettere ordine e che le primarie stanno portando a galla in maniera evidente e persino urticante per i timonieri di un partito lacerato e però candidato (dai sondaggi) alla vittoria.
Del resto proprio Veltroni aveva portato nel Pd innovazioni e annacquamenti tanto da meritarsi l’appellativo di “berlusconiano” che oggi viene affibbiato a Renzi: lui innamorato di Kennedy e dell’America, lui anticomunista anche se militante del Pci, lui che corteggiava gli attori e gli intellettuali e snobbava gli eletti sul territorio. Le contorsioni che il Pd sta vivendo in queste settimane sono anche figlie delle innovazioni veltroniane. Un ciclo che si chiude, proprio come quello di Walter che ha attraversato la seconda Repubblica da protagonista: segretario dei Ds, sindaco di Roma, segretario del pd, ministro dei Beni culturali, vicepresidente del Consiglio. E scrittore prolifico con all’attivo 23 saggi e 9 romanzi e nuemrosissime prefazioni. E direttore dell’Unità che cambiò radicalmente il suo look (Veltroni arrivò a fare allegare il Vangelo alle copie del quotidiano). Eppure, nonostante le ardite innovazioni, Veltroni ha collezionato fallimenti, la sinistra non è mai stata quello che lui voleva. Non sono stati gli avversari a demolire il suo progetto ma gli stessi ex compagni che anche adesso non ne comprendono le simpatie per Monti. Alla fine Veltroni ha dovuto prendere atto che il ruolo che lui ha giocato nello scacchiere del Pd adesso lo sta giocando Matteo Renzi ed è bene per lui stare un po’ alla finestra, capire dove tirerà il vento e cercare, se ci riuscirà, di reinventarsi.
In pratica Veltroni ha puntato sul gesto isolato, non sul gesto che fa scuola. Non vuole che altri seguano il suo esempio, perché se ciò accadesse si toglierebbe al suo addio al Parlamento l’aureola che Veltroni gli vuole conferire, si aprirebbe la strada a una rottamazione vera che Veltroni non vuole e non auspica. Dice che non è un gesto straordinario ma sotto sotto desidera che rimanga un gesto singolo, in qualche modo “eroico”. La scelta di non candidarsi più al Parlamento «non necessariamente implica che altri debbano fare la stessa cosa – dice – perché questo vale per me, è il mio progetto di vita e si accompagna al fatto che la politica si possa fare anche in altri modi e in altri luoghi». «È una scelta – ha aggiunto Veltroni – assolutamente personale fatta con grande serenità, con la voglia di continuare a contribuire alle cose in cui credo e alle scelte politiche fondamentali della mia vita: il Partito Democratico, il centrosinistra, il riformismo».
E solo adesso che se ne va dietro le quinte può tornare a vantare consensi: «Mi ha molto colpito la reazione delle centinaia di messaggi e delle telefonate che ho avuto. In particolare mi ha fatto piacere la telefonata di Carlo Azeglio Ciampi, una persona che nella mia vita è stata molto importante». Su Twitter e su Fb a parte qualche ironia scontata è un profluvio di approvazione. Rimangono irritati i dalemiani come Livia Turco: «È stato un cedimento a Renzi, Veltroni e D’Alema devono restare». Allarmati gli antirenziani come Giorgio Merlo: «Così si liquida il Pd e la destra applaude». Preoccupati i centristi come Follini: i dinosauri se ne vanno, ma sono loro che hanno vero amore per la politica. I veltroniani come Walter Verini si consolano: resta una figura autorevole. I giovani rampanti come Debora Serracchiani non si accontentano: «Non basta. Dopo il gesto di Veltroni altri devono seguirlo».