Obama “bastona” gli speculatori. E noi?

La task force istituita da Barack Obama per indagare sull’origine della crisi finanziaria ha fatto centro e ha individuato nella JP Morgan il primo istituto da colpire. Il procuratore di New York ha lanciato ieri un’azione legale nei confronti della banca d’affari accusata di atti fraudolenti e ingannevoli nella vendita di titoli legati ai mutui. Il comportamento della JP Morgan, secondo quanto stabilito dalla task force avrebbe prodotto un danno di venti miliardi di dollari agli investitori americani. In America stanno pian piano scoprendo che la crisi dei mutui “subprime" corrisponde a una delle più colossali frodi della storia bancaria e ora presentano il conto. La crisi più grave dalla Grande Depressione è nata proprio così.

Ma questo è solo l’inizio
Le accuse sono relative a Bear Stearns prima che fosse acquistata da JPMorgan nel 2008. Nelle 21 pagine depositate in tribunale, il procuratore di New York ha accusato Bear Stearns di aver «sistematicamente fallito nel valutare i prestiti», confezionati in titoli garantiti dai mutui poi venduti, causando agli investitori perdite per 20 miliardi di dollari. L’azione legale avviata è arrivata mentre la Sec (la commissione di controllo sulla borsa statunitense) e il Dipartimento di Giustizia stanno indagando sulle grandi banche per le pratiche relative alla sottoscrizione dei titoli. In febbraio JPMorgan, Goldman Sachs e Well Fargo hanno ricevuto dalla Sec degli avvertimenti nei quali venivano messe in guardia sulla possibilità di accuse civili nei loro confronti per non aver fornito indicazioni agli investitori sulla qualità dei mutui e sui loro default.
L’intenzione di stare col fiato sul collo al sistema bancario non si fermerà qui. ll New York Times scrive che siamo solo all’inizio e che altre grandi patiranno la gogna. E da tempo sono già state aperte diverse inchieste che puntano a evidenziare le responsabilità delle singole banche su altrettanti singoli e diversi casi.

Il “regalo" a Morgan Stanley
Proprio come da noi, viene da dire con sarcasmo. Il nostro governo non è così “fiscale” e ha sicuramente rapporti più cordiali col sistema bancario. Molti dei ministri dell’esecutivo Monti hanno lavorato per le banche come manager. Lo stesso premier è uno con un’esperienza quarantennale nel mondo della finanza. Una task force di controllo come quella voluta da Obama da noi sarebbe un’utopia… Qui da noi solo ponti d’oro o tutt’al più favolosi regali. Come quello fatto alla potente Morgan Stanley all’inizio di quest’anno. Una vicenda inquietante che non più tardi di otto mesi fa, il 3 febbraio, ha rivelato un’inchiesta dell’Espresso a firma di Orazio Carabini: un “super regalo” fatto dal governo Monti a Morgan Stanley. Il 3 gennaio scorso 2 miliardi e 567 milioni di euro sono transitati dalle casse del ministero del Tesoro a quelle della potente banca Usa per estinguere delle posizioni in perdita su prodotti derivati finanziari. «Inutile dire che la banca aveva un credito nei confronti dello Stato italiano e che il Tesoro era evidentemente tenuto a rimborsarlo», si legge. «Secondo fonti di mercato, l’operazione si sarebbe conclusa a costo zero, o quasi, per il Tesoro grazie a una triangolazione: Banca Imi (gruppo Intesa Sanpaolo) sarebbe infatti subentrata a Morgan Stanley consentendo agli americani di “alleggerirsi" rispetto alla Repubblica italiana», raccontava l’"Espresso". La decisione di chiudere la posizione è stata di Morgan Stanley, in virtù di una clausola che le attribuiva il diritto a risolvere il contratto qualora la perdita in capo all’Italia avesse superato dei margini stabiliti.
La vicenda del rimborso da 2,6 miliardi di euro ha una fondamentale importanza per la comprensione delle politiche di gestione del debito pubblico in Italia. E tutto questo mentre l’esecutivo cercava di dare scacco al debito usando la scure fiscale e alleggerendo le tasche degli italiani.

L’opacità del nostro sistema

Stranamente, ma non troppo, la notizia fu snobbata dal circuito mediatico nazionale. È stato Marcello De Angelis che proprio a seguito di questa inchiesta giornalistica ha voluto vederci chiaro e presentare un’interrogazione alla Camera. «L’episodio solleva la questione della trasparenza delle operazioni in derivati che sono gestite dal Ministero dell’economia e delle finanze nella più totale opacità», si legge. «Nessuno sa a quanto ammontano e una volta all’anno viene comunicato, agli uffici di statistica, il guadagno o la perdita complessivamente registrata su quel tipo di operazioni. L’autore dell’articolo specifica che “né il Tesoro né Morgan Stanley hanno voluto spiegare all’“Espresso" il senso dell’operazione».

Interrogazione senza risposta

Il parlamentare del Pdl ha chiesto precisazioni prima di tutto sulla veridicità della notizia e poi «di che tipo di derivati trattasse l’operazione; e a copertura di quale rischio eventuale siano stati sottoscritti». Ha poi chiesto delucidazioni su quanto ammontasse l’esposizione totale nei confronti della Morgan Stanley, quali fossero i termini del contratto stipulato e se in esso fossero contenute specifiche riguardo ad eventuali «termination event».
Nell’interrogazione si chiedeva conto, infine, del debito contratto con banca Imi per il corrispondente ammontare dell’operazione e infine, per quali motivi il Ministero dell’Economia e delle Finanze non abbia inteso fornire alla stampa spiegazioni su una operazione condotta con soldi pubblici. Tante domande, nessuna risposta.