Nobel, premio all’ipocrisia dell’Europa

Una colossale ipocrisia. Che gli accademici di Svezia fossero un po’ troppo fuori dalla realtà se ne era avuta ampia dimostrazione: dai troppi premi Nobel per la letteratura assegnati a scrittori semisconosciuti o noti solo in aree esigue del pianeta, per dirne una. Ma sulla letteratura si può discutere, anche scherzare, sulla pace no. Che neanche su questo riconoscimento Stoccolma non sia capace di interpretare una sensibilità e un sentire ampio e condiviso, è inaccettabile, ai limiti del grottesco. Questo premio Nobel per la Pace assegnato all’Unione europea grida vendetta. Qui non si tratta di valutare quanto tasso di europeismo scorra nelle nostre vene, ma di rimanere attinenti al tema, la pace, appunto. La domanda è: le istituzioni europee meritano questo premio per aver «aver contribuito all’avanzamento della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani», come recita la motivazione del premio?

Tante guerre, poca solidarietà
A questa domanda rispondono i fatti: l’Accademia di Svezia si è dimenticata dei recentissimi bombardamenti in Libia. Forse non ha fatto caso che l’Unione europea ha preferito nascondere la testa sotto la sabbia sui massacri in corso in Siria. Era distratta quando il Vecchio Continente è intervenuto in tutti gli scenari dei recenti conflitti.
Ancora. Un’Europa così poco solidale verso gli ultimi, che mostra “la faccia dura” della Merkel ai Paesi in difficoltà non può meritare questo premio.

Euro, unico dogma
Spiega bene questo paradosso un post su Facebook di Marine Le Pen, che va al nocciolo del problema: l’Europa non è riuscita a farsi paladina neanche della pace sociale ed economica. «Il Nobel per la pace all’Unione europea, tre anni dopo Barack Obama, l’uomo di tutte le guerre, dimostra il totale fallimento del comitato di questo premio. L’Unione europea oggi è il primo fattore di disunione», spiega. Lo dimostrano «il sorgere di tensioni tra le varie Nazioni, che sprezzanti di ogni forma di solidarietà tutto stanno sacrificano sul dogma dell’euro. I greci lo sanno bene…». «L’Unione europea non ha ancora cannoni», osserva la Le Pen, «ma le sue divisioni sono i poteri del denaro e delle banche che schiavizzano i popoli. Il comitato Nobel ha dimostrato di aver premiato la guerra economica e sociale ad oltranza fra i popoli. Il comitato è screditato è per sempre».
Ironizza Giorgia Meloni su Twitter: «Di certo non potevano darglielo per l’economia il premio…». Un’ironia che dice tante cose. Di certo non è un premio all’Europa dei nostri giorni, quella che si accanisce contro i greci, quella che ha trascinato 116 milioni di persone a rischio di povertà, quella che lascia 25 milioni di persone senza un lavoro, quella che azzera i fondi dell’Erasmus dei giovani, quella che continua ad essere dominata dai nazionalismi, quella che resta ostaggio degli speculatori, quella che balbetta in Medio Oriente come nel Mediterraneo.

Falsa coscienza
«Il Premio Nobel per la pace concesso all’Unione europea è l’espressione di un’ipocrisia senza limiti. È la falsa coscienza di un’Europa che mai come oggi resta muta e inerte di fronte a tutti i conflitti che nel mondo mettono a rischio la pace», ha commentato il senatore Sandro Bondi. Non è un mistero per nessuno che Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Spagna e Olanda sono tra i primi 10 esportatori di armi nel mondo. «Penso che sia un’assoluta vergogna», tuona l’europarlamentare britannico leader del partito euroscettico Ukip, Nigel Farage. «Penso che la decisione discrediti totalmente il premio Nobel». E poi chissà chi ritirerà il premio? Forse la Bce, il Fmi la commissione Ue o tutta la troika insieme? Siamo al «trionfo dell’ipocrisia tecnicistica. Anziché premiare persone di carne e sangue si premia un potere immateriale. Che idiozia», ha commentato Debora Bergamini del Pdl.

Gli “eurofelici” di sinistra
È veramente inconcepibile che tra gli “eurofelici” per questo Nobel alla pace figurino tante personalità politiche di sinistra, da  Bersani alla Bindi, da Prodi a Hollande, per rimanere solo ai “big”. Le loro dichiarazioni sprizzano un’euforia di superficie imbarazzente. Come fanno proprio loro a non accorgersi della gente disperata che quasi quotidianamente in alcune zone d’Europa scende in piazza, stritolata dalla crisi e dai diktat dell’Ue? Non vedono che le imprese vanno a gambe all’aria un giorno sì e l’altro pure? Questa domanda ieri correva sulla rete, da Facebook a Twitter, a tutti i social forum, a dimostrazione che le persone, i professionisti, le categorie, capiscono bene che gli abracadabra dei tecnocrati e dei burocrati europei non stanno portando a una pacificazione né economica tantomeno sociale. Dagli inizi della crisi economica, da Bruxelles a Strasburgo, i palazzi del potere del Vecchio Continente sono sempre più percepiti lontani dai bisogni dei cittadini, delle imprese e dei territori. L’Unione europea non è riuscita a far fronte alla crisi che, partita con la bolla dei mutui subprime americani, ha fino per contagiarci tutti, fino a incancrenirsi in una recessione che sta portando la disoccupazione a livelli da record.

Divisione e “braccio di ferro”
Di fronte a queste difficoltà l’Ue si è “stretta a coorte” o si è divisa? Dopo aver a lungo temporeggiato senza prendere decisioni forti, Bruxelles si è divisa in un braccio di ferro tra i Paesi a rischio default (i cosiddetti Pigs) e le corazzate tedesche di Angela Merkel. Un braccio di ferro che, attenzione, non è ancora finito. Gli accademici di Svezia si sono nuovamente distratti l’altro giorno, quando un’Atene in armi ha accolto la cancelliera tedesca? Il dispiegamento inusitato di forze dell’ordine in quell’occasione lasciava presagire tutto fuorché un premio Nobel per la Pace tre giorni dopo. La Grecia a rischio baratro, la Spagna a rischio default e l’Italia che se la passa come tutti sappiamo, c’è poco da gioire.