Melandri da cabaret: sono un tecnico…

Dove finisce la gestione tecnica e comincia l’astuzia politica? Un confine labile, quello che separa i due mondi, che sfiora il terreno dell’opportunismo professionale. E allora, improvvisamente, l’onorevole Melandri, personalità politica di lungo corso, in parlamento da 18 anni; già ministro dei Beni delle Attività culturali dal 1998 al 2001 e ministro delle politiche giovanili e attività sportive nel 2006-2008; diventa una professionalità “tecnica” da omaggiare del prestigioso incarico, in nome di una «competenza» maturata sul campo che suona più come un paracadute – capace di salvare una vita politica, grazie alla leva del ripescaggio – in tempi di atterraggi di fortuna improvvisati sotto la minaccia di rottamazioni feroci.
E allora, il passo indietro dall’incarico parlamentare mosso dal deputato Pd Melandri, in vista della conferenza stampa che martedì prossimo vedrà lo stesso ministro Ornaghi presentare il suo insediamento al vertice della Fondazione, segue una 48 ore di polemiche bipartisan che, dal Pdl a Sel, passando per Idv e Udc, ha unito l’intero arco parlamentare contro il vecchio vizio della lottizzazione e logore logiche della spartizione, declinate ai tempi del riciclaggio istituzionale. Del resto, in giorni di addii alla politica e di commiati istituzionali, tra rottamandi illustri e padri nobili nelle retroguardie, scaltri mestieranti e abili debuttanti, la designazione dell’onorevole Melandri, una degli esponenti Pd di lungo corso (con cinque legislature alle spalle) che, come i colleghi Veltroni e D’Alema, potrebbe non candidarsi più alle prossime elezioni, suona inevitabilmente come un modo di riciclarsi di fronte allo spettro della disoccupazione. E sembra una pezza peggiore del buco che va a ricoprire, la giustificazione ostentata dalla diretta interessata, a difesa del nuovo incarico comminatogli: «La decisione del ministro Ornaghi? È la scelta di un tecnico nei confronti di un altro “tecnico”, perché quel museo l’ho istituito io quando ero a capo del ministero dei Beni Culturali. Ornaghi ha fatto una scelta istituzionale, chiamando la “madre” del Maxxi». Ma da quando l’onorevole Melandri è un tecnico? Un’argomentazione, la sua, che sa di pretestuoso come – per usare le parole del senatore Pdl, Stefano De Lillo – «se Totti andasse a giocare nella Lazio e dichiarasse di amare i colori biancoazzurri».
E allora, la neo presidente Melandri, che ieri – in vista del prossimo insediamento, ha comunicato al capogruppo alla Camera del Partito democratico Dario Franceschini, di aver avviato le procedure per le dimissioni da parlamentare – aggiorna tempestivamente il suo curriculum ai tempi del ripescaggio, e declina passato istituzionale e impegno culturale all’odierna grammatica politica che, come noto, ormai non può prescindere dall’aggettivo “tecnico”: termine sfaccettato che racchiude in sé diversi significati, a seconda della necessità strategica del momento.
Fragile, però, anche la difesa del ministro Ornaghi, che ha spiegato di aver optato per la «competenza» della Melandri in materia, in quanto promotrice della legge istitutiva del Centro per la documentazione e la valorizzazione delle arti contemporanee, primo nucleo del Maxxi. Una scelta discutibile che persino il leader di Sel, Nichi Vendola, ha bollato come «non proprio un bel gesto da parte del governo», e come «una scelta difficile da digerire dal punto di vista dello stile istituzionale». Una decisione che ha scatenato dissensi che rimbalzano da una parte all’altra dell’arco parlamentare, senza evitare di passare per i centristi dell’Udc. E allora, ribadendo dubbi e critiche legate a questa nomina, anche ieri il presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, ha sostenuto che «le dimissioni da deputato di Giovanna Melandri non bastano e non cambiano la sostanza delle cose», chiedendo che la nomina del ministro Ornaghi, frutto di «una scelta sbagliata, sia politicamente sia professionalmente» venga «bloccata, altrimenti saremo costretti ad opporci con vigore a questa selvaggia lottizzazione». Un concetto rilanciato anche dal senatore Pdl Alberto Balboni, che è intervenuto nel dibattito polemico ponendo l’accento sul «caso di grave poltronismo», sullo «scandalo rosso a cui il governo ha prestato, purtroppo, il suo fondamentale sostegno», con Totaro che chiede il “licenziamento” del ministro Ornaghi.    
Rispetto a quanto denunciato è risultato debole, allora, il tentativo di salvataggio in zona Cesarini dell’autogol segnato dal governo, proposta dal deputato del Pd Walter Verini che, tra bizantinismi e lusinghe, ieri sosteneva che «una personalità capace e competente come la Melandri, dimostra che politica e società possono incontrarsi e cooperare», proprio nelle stesse ore in cui, sul fronte diametralmente opposto, il presidente dell’Udc, già ministro dei Beni culturali, Rocco Buttiglione, asseriva che «non è la politica che si deve occupare della gestione, ma la pubblica amministrazione», rimarcando difatti come «inopportuna» la scelta di «nominare un parlamentare alla guida di una fondazione museale». Una polemica, quella sulla nomina della Melandri, che si è anche tinta di rosa con il commento del vicepresidente del gruppo Pdl al senato, Laura Bianconi, che non ha potuto non rilevare con dispiacere il fatto che «in una vicenda di mero scambio di poltrone si sia resa protagonista una donna che ha fatto del suo impegno sociale e culturale un punto di riferimento», riconducendo la questione «ad una semplice bulimia di potere». E allora, come si regolerà chi dovesse ritrovarsi a digiuno di cariche, nomine e poltrone? A tutti i dimissionari del momento va ricordato forse che le istituzioni pubbliche non sono un ufficio di collocamento politico, né la mensa della caritas riservata agli esiliati dal parlamento…