Mattei, un uomo scomodo. Da non dimenticare

«L’abbattimento dell’aereo di Mattei è stato il primo gesto terroristico nel nostro Paese, il primo atto della piaga che ci perseguita». Amintore Fanfani, 1986.

Un boato. Uno schianto. Non una lagna. Così si concluse la sera del 27 ottobre 1962 la vicenda umana di Enrico Mattei. Nel cielo di Bascapè, uno sperduto paesino lombardo, moriva un grande italiano. Forse troppo grande per una nazione sconfitta, piegata e, dopo la ventura mussoliniana, una volta di più subalterna a poteri stranieri.
La sua storia inizia nel 1945, il momento più tragico della nostra breve vicenda unitaria. La disfatta vide le oligarchie politico-economiche italiche – un complesso complessivamente mediocre e poco rappresentativo della realtà nazionale – inchinarsi ai vincitori. Un’abitudine consolidata nel tempo; per quel blocco sociale l’importante era (è) salvare ruoli e beni, privilegi e prebende, insomma la “robba” di verghiana memoria. In ogni tempo, regime e situazione.
Da qui l’eccezionalità di Mattei. In quella tempesta “l’ingegnere” – un “potente”, un uomo di punta del nuovo ordinamento – dimostrò coraggio, intransigenza e grande intelligenza. Opponendosi senza remore ai nemici di ieri, ai liberatori del momento e ai probabili padroni del futuro, questo marchigiano ruvido e arcigno rifiutò di smantellare l’Agip – una sigla per lui, appena nominato commissario straordinario dell’Azienda, assolutamente misteriosa – e negò la Padania alle ispezioni delle società petrolifere anglo-americane. In nome dell’Italia e del suo domani, Perché?
In quella prima estate di pace il comandante partigiano Mattei apprese dal fascista Carlo Zanmatti, responsabile nella Rsi dell’Agip – e poi, non a caso, uomo di punta dell’azienda nella lunga fase post bellica – cosa si nascondeva sotto la pianura padana e le sabbie libiche: il grande segreto del defunto regime, celato anche agli alleati germanici. Il metano e il petrolio.
Per l’ingombrante politico cattolico – ricordiamo che per la Dc, partito di riferimento di Mattei, il personaggio era già fastidioso all’indomani del 25 aprile – le carte degli uomini di Salò furono una rivelazione. In quei documenti Enrico comprese che l’Italia nascondeva nel suo suolo un patrimonio importante, una chiave decisiva per la ricostruzione e per il successivo “miracolo economico”. Da qui la decisione di salvare con ogni mezzo l’azienda che il governo di Roma (su forti pressioni britanniche e statunitensi) gli aveva incaricato di liquidare. Mattei risposte alle sollecitazioni dei ministri per il Tesoro, i liberali Soleri e Ricci – molto sensibili alle pressioni alleate – con una serie di dinieghi e rinvii, dimostrando una volontà ferrea, intrisa da una cultura robusta e politicamente, oggi, scorretta. Come sottolinea Nico Perrone, Mattei «era animato da forti sentimenti nazionalistici – retaggio della sua generazione, formatasi negli anni del fascismo – che egli interpretava ora in chiave economica. Egli riteneva essenziale, per la ricostruzione del Paese, il controllo nazionale delle fonti d’energia, ed era consapevole che, fra queste, gli idrocarburi avessero un rilievo decisivo». Amen.   
Da qui l’epopea dell’Agip: dopo la difesa degli interessi nazionali vi fu la sfida internazionale contro i monopoli anglo-americani. La storia è nota. Dopo aver difeso i tesori della val Padana, il presidente decise di aprire lo scrigno di Britannia e, sull’onda della decolonizzazione, scardinò chiusure ed egemonie nel Levante, in Africa settentrionale, in Asia. Con successo pieno, grazie ad un approccio innovativo verso i Paesi produttori – uno scandalo per il cartello petrolifero transoceanico – che riprendeva e aggiornava le linee guida delineate, tra il 1928 e il 1932, dal presidente dell’Agip del tempo, Alfredo Giarratana. Un mussoliniano di ferro. Non a caso, nonostante fosse consigliere del Msi a Brescia nel Cinquanta, Giarratana fu per anni un prezioso consigliere dell’Ingegnere. 
Alla luce di queste frettolose note non è strano che quest’anniversario passi sottovoce e che Monti e i suoi commissari (nazionali e stranieri) abbiano messo – come per l’anniversario di El Alamein – la sordina alle commemorazioni. Per il presidente del Consiglio sono sufficienti un tributo distratto e dei discorsi di circostanza. Nessun approfondimento su Mattei e, soprattutto, alcun riferimento alle sorti odierne dell’Eni. I silenzi si sommano ai silenzi. Nulla di strano. Per il professor Monti e i suoi referenti è difficile ricordare adeguatamente un personaggio scomodo, spigoloso come Mattei. La sua determinazione, i suoi progetti, il suo patriottismo. I suoi nemici. E poi, troppi misteri circondano ancora i fatti di Bascapè. Da decenni i tribunali di questa Repubblica nata dalla Resistenza non riescono a dare piena luce al buio – o al grigio fumo – che avvolge tuttora l’ultimo volo di un comandante partigiano scomodo, di un democristiano atipico, di uno dei principali protagonisti della ricostruzione. Troppi segreti. Troppi problemi. Meglio non ricordare e dimenticare. Una volta di più qualcuno ci rammenta che l’Italia è un Paese a sovranità limitata. Sobriamente.