L’unica certezza è il partito

So di dire una cosa in controtendenza, ma non sarà la prima volta. So che “partito” è considerata una parolaccia, come ideologia e come “politici” e ormai, per molti, anche “politica”. Siamo in un vortice in cui tutti fanno ipotesi, teorie, previsioni. Invece io, forse per incapacità, resto attaccato, come San Tommaso, a ciò che posso toccare. La candidatura o il ritiro dalla politica di Berlusconi sono ipotesi scritte sull’acqua. La candidatura di Montezemolo o addirittura di Monti a leader del centrodestra mi sembrano francamente impossibili. La volontà di Fini o Casini di rimettersi al centro di un progetto che ricompatti il centrodestra per impedire a Vendola e Bersani di governare l’Italia mi sembra poco credibile. Nella mia miopia di uomo del Novecento vedo solo un partito – che si è rifiutato di comportarsi come tale – che contro ogni logica e con i propri fondatori che affermano di volerlo rottamare, è considerato ancora “votabile” da quasi quattro milioni di italiani. Un partito (i cui guai derivano dal non aver voluto darsi regole, disciplina, gerarchia, ruoli e responsabilità, come è necessario in qualsiasi organizzazione) che conta sulla carta più di un milione di tesserati e decine di migliaia di eletti in comuni, frazioni, province e regioni, tutti uomini e donne che da quattro anni antepongono la propria faccia al simbolo del Pdl e si fanno carico della sua presentabilità. A tutti costoro, da non so quale palazzo, qualcuno vorrebbe dire “abbiamo scherzato, ora tutti a casa”. D’altronde siamo il Paese dell’8 settembre… Ebbene, io ritengo che questo non si possa fare.