L’ultima beffa del governo tecnico: italiani, pagate e siate contenti

Tante piccole divinità, a Palazzo Chigi. Tutti figli di Mercurio che, nella mitologia romana, era il dio degli scambi, del profitto, del mercato e del commercio. E negli ultimi giorni i “professori” al governo hanno dimostrato che gli scambi li sanno fare, eccome. Alla “prendi tre e restituisci uno”, come sta venendo fuori – ora dopo ora – dalla legge di stabilità. Un capolavoro di astuzia, al popolo si dà lo zuccherino e si toglie molto di più. Ma nessuno deve allarmarsi, nessuno deve protestare perché, dicono a Palazzo Chigi, quel provvedimento è stato preso per il bene delle casse pubbliche (per fortuna non hanno avuto il coraggio di usare la parola Patria). E la Fornero l’ha buttata là, nel tentativo di fare uno spot: «La legge di stabilità dà un segno molto forte di riduzione delle aliquote fiscali sui redditi più bassi». Non è così e non è possibile che i “professori” non lo sappiano. Con la quest’ultima manovra il governo con una mano ha “dato” per cinque miliardi e con l’altra ha “tolto” per 7,5 miliardi. Uno scambio da dio del profitto. Uno scambio degno appunto di Mercurio, la divinità che ispira i tecnici al governo. E una vittima: l’italiano, il cui conto è sempre più in rosso e che non può permettersi di aprire bocca, perché il suo sacrificio è per il bene dello Stato. Al danno, quindi, si aggiunge la beffa.

Le cifre stanno venendo fuori
Disaggregando i dati, poi, si scopre che c’è chi qualche cosa ha preso, ma c’è anche chi ha dato solamente, e non sono certo i più ricchi. Gli incapienti (redditi fino a 8.000 euro l’anno) non usufruiscono dei tagli alle aliquote Irpef, perché già non pagavano tasse, ma devono fare fronte agli aumenti dell’Iva. Un aspetto di facciata? Tutt’altro. A prima vista si può pensare che costoro avendo poca disponibilità non consumano e quindi ci rimettono poco. Nei fatti però non è così, perché l’Iva aumenta anche per pane, pasta e generi di prima necessità, i cui consumi fanno parte delle spese di sussistenza e non possono essere ridotti. Non è un fatto isolato. I tecnici al governo hanno deciso di tassare anche le pensioni di guerra e di invalidità al di sopra dei 15.000 euro lordi l’anno e così hanno richiesto un contributo a persone oggi novantenni che hanno preso parte all’ultimo conflitto mondiale e che avendoci rimesso una gamba o un braccio oggi ricevono striminziti riconoscimenti pensionistici. Adesso, dunque, la crisi fa volare anche gli stracci e umilia perfino chi ha sacrificato la propria esistenza. Arriveranno correttivi al provvedimento, questo è certo, ma la prima stesura è di per sé significativa.

Chi ci rimette di più
Le Acli fanno qualche conto e giungono alla conclusione che «il complesso delle misure adottate produce più svantaggi che vantaggi per le famiglie e per le fasce più deboli». E meno male che adesso ci si rende conto della situazione. A caldo, i giornali, avevano salutato la legge di stabilità come un’operazione di riduzione dell’Irpef. I cittadini, in sostanza, sono stati trattati come sudditi: prima si è spiegato loro che le tasse dovevano diminuire, poi si è fatto in modo di bastonarli ancora e per l’ennesima volta e, infine, pochi giornalisti volenterosi hanno fatto venire alla luce l’imbroglio. Questo governo, al di là dell’aumento delle tasse, non ha una stella polare. Non ha un filo logico di politica economica. Sono gli incassi che contano. E per ottenerli non si guarda in faccia a nessuno. Chi paga l’aumento dell’Iva dal 4 al 10 per cento per le prestazioni socio-sanitarie svolte dalle cooperative sociali? Non certo Montezemolo, Marchionne o Della Valle. I costi sono a carico di poveri cristi che spesso fanno i salti mortali per mettere assieme il pranzo con la cena.

Il diritto violato dei contribuenti

Nel tentativo di far quadrare i conti, Monti e i suoi mettono in discussione persino la certezza del diritto dei contribuenti. Chi lo scorso anno ha deciso di farsi la dentiera, sperando nel rimborso fiscale del prossimo maggio, deve rifare i propri conti, perché la legge di stabilità con effetto retroattivo, cioè a valere dalla denuncia dei redditi del 2013 effettuata sulla base di quanto percepito l’anno prima, riduce i livelli delle detrazioni e delle deduzioni, introducendo il tetto di 3.000 euro, e alza la cosiddetta franchigia a 250 euro. Fatto qualche conto ed esaminata la Relazione tecnica al provvedimento appena varato, si scopre che alla fine, nel 2013, gli italiani finiranno per pagare 4 miliardi di tasse in più che da una parte finanzieranno altra spesa pubblica parassitaria e dall’altra contribuiranno a ridurre i consumi mettendo a rischio nuovi posti di lavoro. Anche la cosiddetta Tobin Tax (tassa sulle operazioni di Borsa) alla fine si rivelerà un’operazione in perdita. L’imposta consentirà incassi per 1,1 miliardi, ma farà scappare molti operatori (secondo il “Messaggero”  sulla piazza milanese la diminuzione delle compravendite azionarie potrebbe sfiorare il 30 per cento e quella dei derivati addirittura l’80).
Quelle piazze senza imposta
Una sorpresa? No, un fatto certo. Una tassa del genere ha un significato se viene applicata in tutto il mondo, quando ci sono Paesi che ne restano fuori, invece, è evidente che alla fine saranno questi ultimi a trarne beneficio, perché le operazioni si sposteranno tutte sulle piazze dove non si paga nulla. I professori, nella foga di fare i compiti a casa propria, dimenticano che di tanto in tanto una sbirciatina ai quaderni degli altri partner sarebbe forse poco elegante ma porterebbe risultati molto concreti. Il re è morto, viva il re. E il re in questione, in questo momento, è la politica, la cui mancanza “causa tecnici” sta cominciando a pesare e parecchio. La gente da tempo si  domanda se con i tecnici al governo ci abbia guadagnato e quanto. E non perché nel gioco di chi buttare prima dalla torre sono sempre i più antipatici a rimetterci le penne, ma perché stanno venendo al pettine nodi che minacciano di far morire per asfissia proprio le fasce di popolazione che in un momento di crisi come questo avrebbero dovuto essere protette. Per molti la cura di Monti si sta dimostrando un’amara medicina che rischia di uccidere il malato a cui viene somministrata. Intanto le dosi. Con il paravento della crisi si sono messi in moto meccanismi che restringono il potere d’acquisto dei redditi, frenano i consumi e drenano risorse a beneficio delle finanze pubbliche. Lo Stato incassa sempre di più (malgrado il Paese sia in recessione, nei primi 8 mesi dell’anno le entrate tributarie sono aumentate del 2,8 per cento) e tramuta queste entrate in spesa pubblica destinata a finanziare un sistema elefantiaco che produce nuova spesa e dissipa risorse che avrebbero dovuto essere destinate a investimenti e innovazione, per guadagnare in competitività e conquistare nuove quote di mercato.
Il sistema pubblico vacilla
Oggi più che mai il sistema pubblico si è tramutato in una vera e propria idrovora di risorse che sta ammazzando l’economia del Paese. I tecnici al governo stanno facendo il miracolo alla rovescia, chiamati per salvare il Paese lo stanno riducendo sul lastrico. E non perché, come sollecitava la Cgil e come chiedevano a gran voce Vendola e i suoi, tassando le rendite i capitali siano fuggiti all’estero e da lì minacciano di non tornare. È successo anche questo, ma certo non si tratta dell’aspetto più appariscente della questione. Sono i poveri a soffrire di più. Grazie al dio Mercurio.