«La musica è tradizione»

Un nuovo album, nuove collaborazioni e tanta voglia di superare ma di non dimenticare attraverso l’ironia quello che lo  lega alla sua tradizione E’ “Champagne for Gypsies” ultimo album di Goran Bregovic che nonostante il suo essere “zingaro” del mondo e nel mondo lo  riporta alla sua terra. Di madre serba e padre croato, tornato dopo venti anni nella sua Sarajevo.

Che significato ha questo album e perché questo titolo?

Penso ci volesse un album per fare un “ brindisi” a questo talento gitano che ha ispirato me e tanti altri artisti per questo in questo disco ho invitato un po’ di gitani che penso che hanno lasciato tracce nella cultura popolare e giovani artisti che lasceranno tracce.

Il brano “Presidente” è pensato per un presidente in particolare?

E’ dedicata un po’ a tutti i Presidenti perché penso sempre che il loro lavoro  è un lavoro duro, il lavoro più disperato del mondo. Avevo amici presidenti ed ero un po’ triste per loro perché si può cambiare poco e alcuni spendono tanto a livello di energia umana. Allora è un po’: «Presidente manda i militari in tutto il mondo perché il mondo è un manicomio».

Il 25 Marzo è ritornato a Sarajevo, dopo che nel ‘92 se ne era andato, come è stato riabbracciare la città ed è ancora “sua” Sarajevo? Se è cambiata, come è cambiata, dopo 20 anni dal conflitto?

È stato bellissimo risuonare a Sarajevo. Un’emozione grandissima. E’ una città che ha vissuto una guerra difficile e terribile, pensavo forse fosse cambiata di più però sono riusciti a Sarajevo a preservare questa piccola infrastruttura cultura, che la città aveva prima della guerra. Penso che è la cosa più importante da combattere nella guerra, difendere la propria struttura culturale e Sarajevo è riuscita a fare questo. È una gran vittoria.

Lei viene spesso in Italia, che legame c’è con il nostro Paese e l’ex Jugoslavia?

Sono venuto in Italia quando avevo 18 anni quando ho iniziato come musicista in un locale di spogliarello, mi ci portò un proprietario di un bar di Napoli dalla Jugoslavia. È stato il primo paese in Occidente. Quando stavo in un bar, suonare  per me era una cosa incredibile che poteva accadere ad un bambino che veniva dalla Jugoslavia dei comunisti.  È bello vedere che c’è grande curiosità in un paese con una grande cultura come la vostra per un compositore che porta una cultura musicale così piccola. Ovunque dove mi propongono in Italia di essere attore, suonare, grandi concerti, piccoli paesini, sale più importanti non voglio mai perdere occasioni di suonare qui da voi.

In America ci sono artisti (tipo Tom Waits) che riscoprono la musica balcanica e quella del Mediterraneo e quindi la cultura, secondo Lei quanto è importante per noi che viviamo da questa parte del mondo riscoprire le nostre radici attraverso la musica?

Nella musica è inevitabile riscoprire la tradizione se vuoi essere onesto, devi fare qualche passo dietro per fare un passo avanti. Ogni tanto la musica popolare dimentica questa vecchia regola ma poi si torna su questa logica, perché la musica che proviene da un posto arriva in maniera molto più profonda che la lingua e allora è difficile truccare il posto perché il posto da dove la musica esce è sempre tradizione e quella non si trucca.