Ken Loach: «La nostra salvezza? I tifosi del calcio»

Senza popolo, niente politica, niente calcio, niente cinema. L’oblio della dimensione collettiva per quella individuale, che isola le persone, rendendole manipolabili, apre la strada alla meno democratica forma di potere, quella per cooptazione: la governance. E’ la consapevolezza tanto dell’attore, calciatore, provocatore francese Eric Cantona (cfr. “Secolo d’Italia” del 25 ottobre scorso), quanto del regista inglese Ken Loach, “leone d’oro alla carriera” alla Mostra di Venezia nel 1994, “pardo d’oro alla carriera” al Festival di Locarno nel 2003, “palma d’oro per Il vento che accarezza l’erba” al Festival di Cannes nel 2006. E ora anche “premio Lumière” al Grand Lyon Film Festival, ricevuto proprio dalle mani di Cantona.
Appassionato di calcio (è dirigente del Bath Football Club, che milita con alterne fortune nelle serie minori), Ken Loach è tra i fondatori dell’anticapitalista Partito del Rispetto, che verrebbe voglia di votare non solo per l’orientamento, ma anche per il nome che si è dato alla fondazione, nel 2004. Dimostrando di essere di sinistra, ma non settario (quasi un ossimoro), col “Mio amico Eric”, interpretato da Eric Cantona nel 2008 e presentato a Cannes nel 2009, Loach ha fatto sapere anche a chi lo nega che, tra le residue forze sane delle nazioni, ci sono i tifosi del calcio. Merito anche di un direttore di Festival, Thierry Frémaux, che va al lavoro in bicicletta, è cintura nera (sesto dan) di judo e tifa per l’Olympique Lyon, seguendolo anche nelle trasferte intenazionali. 
 
Signor Loach, prima di premiarla, a Lione hanno mostrato immagini di suoi film…

“Pare che, prima di morire, ti passi davanti tutti la vita. E’ la sensazione che ne ho tratto. Solo non ricordavo d’aver girato in mezzo secolo tante scene di calcio”.

Ma sapeva d’aver avuto coerenza…

“… di stile? Sì, uno stile documentaristico. Se il film riesce male, al pubblico rimane il documentario”.

Coerenza politica, intendevo.

“Non è un merito, non potevo fare altrimenti”.

Lei viene dal teatro, poi dalla Bbc…

“Avevo vent’anni quando ci fu la crisi di Suez: la Gran Bretagna perdeva l’Impero un pezzo dopo l’altro. In teatro sono stato per tre anni: dovevo essere il peggior attore d’Inghilterra…”.

La qualità di quel teatro è tale che il suo peggior attore sarebbe, altrove, dei migliori.

“Lei è gentile. In effetti sottostare a provini ed essere bocciati insegna il rispetto per chi l’ha superato”.

In quegli anni, negli Stati Uniti, si recitava col “metodo Stanislavskij”, alla maniera di Marlon Brando e James Dean.

“Che non era la mia. Un attore, anche bravo, non può far bene qualunque personaggio solo perché lo studia, s’immedesima, imita chi fa quel mestiere”.

Il suo metodo per girare qual è?

“Tengo gli attori il più possibile all’oscuro di ciò che accadrà ai loro personaggi, così potrò filmare il loro stupore, autentico”.

Lei gira le scene in ordine cronologico?

“Sì, quando posso. Costa di più, talora, ma il film viene meglio”.

Che cosa rende convincente un’interpretazione, oltre al talento?

“Luogo di origine e classe sociale dell’interprete che siano aderenti a quelli del personaggio. Per modi e gesti, oltre che per il linguaggio, un lionese è credibile nel ruolo di tifoso dell’Olympique, ma non del Manchester United”.

Lessico: il popolo di ieri era meno sboccato del ceto medio oggi.

“Il linguaggio indica condizione sociale e stato d’animo: quello di un adolescente disoccupato delle vie di Glasgow non è quello della regina a Buckingham Palace, a Londra”.

E il suo accento che cosa dice agli inglesi, signor Loach?

“Che sono originario delle Midlands. Quanto al tono, in questo momento dice che sono contento”.

Per il premio preso a Lione?

“E perché il Bath ha vinto: 4-3”.

Nel “Mio amico Eric” si tifa Manchester United.

“L’idea del film è stata di Cantona e lui ha giocato soprattutto lì”.

Abbiamo saltato il suo periodo in tv. Me lo sintetizza?

     
“Cominciai realizzando documentari con immagini di repertorio su quel che era successo dopo la seconda guerra mondiale in Gran Bretagna”.

Prosegua.

“Coi governi laburisti del dopoguerra le maggiori industrie furono nazionalizzate. Sorsero i grandi sistemi di sicurezza sociale. Tutti vegliavano su tutti. Oggi è l’opposto”.

Tutti contro tutti?

“Quasi. Nell’Unione Europea c’è chi lo auspica e ha la maggioranza”.

E’ l’Europa dei mercanti.

“E noi non siamo abbastanza forti per opporci al mercato. Di fronte a un simile paesaggio politico non si può esser ottimisti”.

Nemmeno realisti?

“Ma forse s’illudono anche i realisti”.

Perché?

“Credono che le cose resteranno come sono, che non possano peggiorare”.

Invece lo faranno. Dunque?

“Bisogna organizzarsi. Non credo che la coesistenza politica resti pacifica a lungo”.

Lei non ama le perifrasi.

“Ricorda Brecht? Dire le cose come sono per toccare il cuore di tutti”.

Lotta di classe, senza ipocrisie da “tecnici”?

“Il nemico sa che cosa vuole. Lo sappiamo anche noi. Resisteremo”.

Cantona lavora con lei in un film comico, poi boicotta le banche; lei parla di nemico, come Carl Schmitt. La sinistra la preferiva prima…

“Privatizzazioni selvagge, disoccupazione di massa, erosione dei servizi sociali, l’eredità della Thatcher lasciata all’Europa, sono fatti. Le previsioni sono in conseguenza”.