Il nuovo testo sacro è “l’agenda Monti”: in tanti la invocano, nessuno sa qual è

Non ha importanza quante pagine abbia, né come sia la copertina. E nemmeno cosa ci sia scritto. Tutti la invocano, come se fosse il Vangelo. È l’agenda Monti, quella che – secondo i terzopolisti, la grande stampa vicina al premier e una parte consistente del centrosinistra – è il testo sacro su cui il futuro governo dovrebbe lavorare. Persino Paolo Gentiloni – esponente del Pd che di solito non si lascia trascinare dalla propaganda e dagli slogan – ha dichiarato che, bis o non bis, «serve una maggioranza politica che sostenga un governo in grado di proseguire l’agenda Monti». Ok, fermiamoci un attimo e prendiamo in considerazione la proposta, cerchiamo di rifletterci un po’ su, capire che cosa ci sia di fondamentale nel block notes del premier oggetto del desiderio. Ogni sforzo è inutile perché il mistero resta e non è di second’ordine: qual è questa agenda? Sulle sue pagine potrebbe essere annotato tutto e il contrario di tutto. Qualsiasi agenda (termine latino, “piccolo libro per prendere nota delle cose da farsi”) indica le azioni future ma nessuno sa bene cos’abbiano in mente i tecnici, visto che fino a oggi il governo ci ha regalato solo stangate impedendo lo sviluppo. Si tratta forse di raggiungere il pareggio di bilancio? Nulla di nuovo, è un obiettivo che c’era già durante l’esecutivo guidato da Berlusconi. I provvedimenti per la crescita? Non se ne ha traccia, non si sa quali strumenti i ministri abbiano individuato, si continua a procedere alla cieca, barcollando. Se poi si tratta di confermare l’Imu o di proseguire con gli aumenti della benzina, allora non ci siamo proprio. Di conseguenza, l’agenda Monti è solo un’ipotesi che veleggia tra gli spot dei terzopolisti, una linea economica oscurantista e una tendenza a filosofeggiare per dare l’idea della luce in fondo al tunnel. Anche perché, se si analizza la situazione in cui è precipitata l’Italia dopo la cura Monti (cifre ufficiali alla mano), l’agenda andrebbe messa nel tritacarte.

Rischio corto circuito
Palazzo Chigi ha provato a fare qualche bilancio e ci ha informato che l’80 per cento delle riforme effettuate «è già operativo». Tagli alle pensioni, Imu, caro-accise e, purtroppo, anche l’aumento della disoccupazione e la recessione sono una realtà. Il resto, almeno a breve, è delineato nella nota di aggiornamento del Def, perché, secondo il ministro Corrado Passera, il nostro Paese «deve convincere il mondo che chiunque vinca le elezioni manterrà la rotta tracciata». Per andare dove lo spiega la Corte dei conti, in audizione di fronte alle commissioni Bilancio di Camera e Senato proprio sul Def. Secondo la magistratura contabile il documento mette in conto manovre correttive che, nel 2013, sono affidate per il 70 per cento ad aumenti di imposte e tasse. Il tutto in una situazione in cui la pressione fiscale ha già raggiunto il 45 per cento. Di questo passo, fa osservare il presidente Luigi Giampaolino, diventa concreto «il pericolo di un corto circuito rigore-crescita». L’aumento della recessione (quest’anno i consumi caleranno del 4 per cento), secondo i magistrati contabili, ha impedito infatti «di conseguire gli obiettivi di entrata, nonostante gli aumenti discrezionali di imposte con cui il governo ha cercato di compensare la criticità del gettito fiscale». Nel 2013 si registrano infatti minori entrate complessive per 21 miliardi di euro. Il che fa sì che anche il pareggio di bilancio previsto poggi su un equilibrio piuttosto precario.

La ripresa non arriva
Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi è piuttosto scettico. Nel 2013 la ripresa non si farà neppure vedere. «Metterei la firma – dice – per una crescita vera nel 2015», cioè per un aumento annuo del Pil di almeno il 2 per cento. Ma per ottenerlo il lavoro da fare è ancora lungo. Bisogna cominciare con il ridurre il carico fiscale sul lavoro che è più alto del 20 per cento rispetto alla Germania. Come? Facendo a meno degli incentivi. «Visto il loro modesto ammontare – ha detto il presidente degli industriali – per le imprese non è un problema rinunciarci». Ma c’è anche il carico burocratico da sfoltire. Si pensi che soltanto per fare fronte ai desiderata del fisco ogni azienda si sottopone a 108 adempimenti l’anno con costi altissimi in termini di risorse e di tempo. Si tratta di un vero e proprio gap che mina la competitività delle nostre imprese nei confronti della concorrenza estera. Per Squinzi potremmo avere un’arma in più se si lavorasse per più ore. Il sindacato, però, da questo orecchio non ci sente. Centrella, segretario generale dell’Ugl, parla di «falso problema», mentre Angeletti, leader della Uil, dice a chiare lettere che a «più lavoro dovrebbe corrispondere più salario». Il sindacalista concorda, invece, con il fatto che la crescita non arriverà prima del 2015: «Non ci dobbiamo fare delle illusioni – sostiene – la ripresa non è dietro l’angolo». Il ministro per gli Affari europei Enzo Moavero, però, sembra pensarla diversamente: «Nel 2013 si vedranno importanti segnali e il 2014 e il 2015 saranno anni di sviluppo economico».