Iacopino: «Difficile l’informazione libera con i media in mano a pochi potenti»

Enzo Iacopino, oltre a essere presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, è, tra le altre cose, anche un ex giornalista del “Secolo d’Italia”. Occasione troppo ghiotta, allora, il centenario della nascita di Alberto Giovannini e il sessantennale del nostro quotidiano per non fare il punto con lui sullo stato dell’arte del giornalismo italiano. Ne è uscito un quadro complesso e in parte compromesso, ma con una punta di speranza. Guarda caso quando si riferisce ai giovani.

Presidente, cento anni fa nasceva Alberto Giovannini, grande giornalista e indimenticato direttore del Secolo. Altri tempi o altri uomini?

Un po’ l’uno e un po’ altro. Ma se dovessi dirne una direi, senza esitazioni, altri uomini. Non sarei completamente onesto, però, se negassi che i tempi duri che il nostro mondo sta affrontando rendono difficile comportarsi da uomini.

Che tempi sta vivendo il giornalismo?

Stiamo vivendo il tempo dell’inno all’egoismo. Chi ha la fortuna di avere un contratto la prima cosa che fa è ignorare quei doveri di solidarietà che una volta tenevano insieme i garantiti e i non garantiti. Ai miei tempi ci chiamavano “abusivi” e non è che fosse tutto rose e fiori. Ma oggi il precariato ha certo raggiunto livelli allarmanti.

Quali erano le caratteristiche della generazione dei Giovannini?

Proprio vedere questo trionfo dell’egoismo me la fa rimpiangere. Ti parlo di lui. Non ho mai lavorato con Giovannini direttore, ma ho lavorato assieme a lui. L’ho conosciuto in sala stampa e la cosa che mi colpiva – nonostante incutesse timore perché era Alberto Giovannini e perché tutti, senza colori politici, lo rispettavano – è che era sempre disposto a darti una mano. Senza guardare gradi o età o contiguità politiche.

Che ricordi ha, invece, della sua esperienza al Secolo?

Senza “giocare a pallone” eravamo una splendida squadra. Quando c’ero io si spalava carbone. Sono stato interno in via Milano nel ‘74 in un capannone abusivo dove si moriva di caldo e di freddo. Prima c’era molta più unità, più determinazione nel sostenere certe posizioni, e ciò accadeva quando eravamo pochi. Quando poi questo mondo ha conosciuto la ricchezza sono nati i Fiorito…

C’è un episodio che le va di raccontare?

Ho un ricordo bellissimo di Cesare Mantovani. Quando rapirono Moro, e Moro era per la destra l’avversario più cinico, più duro, arrivò questa foto diffusa dalle Brigate Rosse. E Mantovani, che aveva un’idea chiara in negativo su Moro, disse: «Questa noi non la pubblichiamo».  Invece della foto, e ciò creò un dibattito molto forte su tanti giornali, pubblicammo un retino grigio con sopra questo titolo: «Noi non ci prestiamo». Era un gesto di rispetto per lo Stato.

Il Secolo ha compiuto sessant’anni, altri hanno chiuso. Il problema del finanziamento pubblico ai giornali di opinione continua. Lei come la pensa?

L’abuso di alcuni, grazie alla diserzione di chi doveva fare i controlli, non può significare di certo penalizzare tutti. Il problema non è dei giornali che in qualche modo rappresentano partiti che stanno in Parlamento e che possono “documentare” di incarnare una certa opinione. Il problema è chi – con due parlamentari – si è improvvisato animatore di un giornale di opinione.

Così anche il giornalismo è finito nel tritacarne dell’antipolitica.

Succede quando si trasforma in buca delle lettere, quando si tratta di intercettazioni che passano anche sulla vita delle persone; anche quelle che non c’entrano con le inchieste, nonostante ci siano delle leggi che difendono anche chi è coinvolto nelle indagini. Ma ci sono state anche le vergogne di cui ci siamo resi responsabili con i casi di Sarah Scazzi, Melania Rea. La colpa maggiore, però, ce l’ha la politica.

Anche qui?

Ha permesso, guardando dall’altra parte, l’emergere di molte criticità. Questa cosa non si concilia con il diritto dei cittadini ad avere un’informazione libera. Quando alcuni big – i vari De Benedetti, Berlusconi, Caltagirone –  sono proprietari di giornali attraverso i quali pagano pochi euro ai colleghi e che attraverso quei giornali compiono azioni di lobbing per le loro attività, la politica ha guardato dall’altra parte. La vergogna è stato aver parlato del conflitto di interesse senza affrontarlo davvero.

Il caso Sallusti che cosa insegna?

La grazia sarebbe una scappatoia per non affrontare il caso di decine di colleghi che vengono ricattati dall’annuncio di una querela per diffamazione con la richiesta di danni paralizzanti. La libertà di stampa si condiziona anche così. Se passasse l’idea della grazia, e ha fatto bene Sallusti a rifiutarla per porre così il problema, dei tanti giornalisti non famosi non se occuperebbe nessuno. Noi dobbiamo “sfruttare” questo caso per portare a casa una norma che sia una garanzia per i cittadini.

Abbiamo bisogno di “importare” modelli come quelli dell’Huffington Post? Scrivere gratis…

La trovo una furbizia un po’ volgare. Del tipo: pargoli di buona volontà venite a me che vi darò la visibilità in cambio del vostro lavoro con il quale riempio spazi a costo zero. Non funziona così. Il lavoro va pagato.

A che punto è la legge sull’equo compenso?

È una norma di valore morale. Sta diventando complicato, e mi addolora dirlo, farlo capire al ministro Fornero. Perché è veramente paradossale che i pochi soldi che ha a disposizione per il sostegno dell’editoria vadano a testate che incassano due milioni e mezzo l’anno e dichiarano di pagare gli articoli due-tre euro.

Che cosa si sente di dire ai tanti giovani professionisti in cerca di una redazione?

Non ho la ricetta. Se hanno dentro la passione non c’è niente che possa dire per far loro cambiare idea. Ma io non voglio che loro cambino idea.