I Monti-boys se la ridono. Sulle tasse

Stavolta se la sono giocata male. Anzi, malissimo. Perché – dopo essersi ritrovati all’improvviso in un burrone, senza nemmeno una fune alla quale aggrapparsi per tentare una risalita – gli italiani tutto possono accettare tranne una colossale presa in giro. Specialmente quando si parla di tasse. E la querelle sul taglio del peso fiscale ha qualcosa di beffardo. Il giorno prima, l’annuncio e la smentita di Monti (nel giro di tre ore, minuto più minuto meno) del “meno tasse” entro la fine della legislatura. Il giorno dopo, le parole del ministro Corrado Passera: «Le tasse saranno tagliate, ma nella prossima legislatura». Tradotto: ci penserà chi sarà chiamato al governo. Ma loro, i tecnici, naturalmente si autopromuovono: «Noi ci stiamo preoccupando di creare le premesse perché questo possa succedere». E Monti ricomincia con la storiella dei «compiti a casa» che bisogna fare, come se non fossero passati dieci mesi da quando si è insediato a Palazzo Chigi. Una situazione di stasi, che viene rotta solo dall’urlo del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi: «Basta nuove tasse gli italiani sono al limite della sopportazione». Possibile che i “professoroni” non abbiano percezione di quanto accade in tutto il Paese?

Le mosse per restare a galla
Le imprese sono alla canna del gas e le famiglie non sanno a chi affidarsi per sbarcare il lunario. I commercianti di Milano e della Lombardia hanno addirittura in programma l’avvio dei saldi prima di Natale, a partire dalla festa di Sant’Ambrogio (7 dicembre). Quanto sia forte la crisi lo dicono anche i consumi elettrici che, a settembre, sono diminuiti del 9,6 per cento rispetto allo stesso mese del 2011. Si consuma di meno, si produce di meno, si lavora di meno e con gli impianti fermi o a ritmo ridotto non si utilizza elettricità: ma questo non vuole dire che si spende anche di meno. Coldiretti, sulla base dei dati rilevati dall’Ismea, quantifica nel 26,2 per cento in più il costo delle bollette elettriche a carico delle imprese rispetto ad agosto dello scorso anno. Una stangata da record che mette ulteriormente a rischio a competitività delle nostre aziende. E non va meglio per le famiglie. La corsa al rialzo delle tariffe non si ferma. Confesercenti fa qualche conto e parla di 350 euro di spesa in più in cinque anni. Nel 2007, infatti, un nucleo familiare medio spendeva in un anno circa 1.486 euro per i cinque servizi pubblici locali più rilevanti (Tarsu, acqua, trasporti, energia e gas), quest’anno ne spende 1.840. Complessivamente fanno 8,4 miliardi di euro l’anno di rincari, con aumenti che colpiscono duramente i redditi, già in affanno, e penalizzano ancora di più i deboli. Una situazione difficile che può diventare esplosiva, con imprese a rischio chiusura e disoccupazione alle stelle, se non si darà corso a una compensazione almeno parziale, con la riduzione della pressione fiscale finora promessa ma non realizzata.

Il pieno di tasse

Entrate tributarie ancora in crescita, nonostante la recessione che quest’anno, secondo le stime dello stesso governo, porterà a una diminuzione del Pil del 2,4 per cento. Nei primi otto mesi dell’anno il fisco ha incassato 268.736 milioni di euro, con un aumento del 4,1 per cento (+10.462 milioni di euro) rispetto allo stesso periodo del 2011. Il ministero dell’Economia, che fornisce i dati, sottolinea che ai fini di un confronto omogeneo, al netto dell’imposta sostitutiva una tantum sul leasing immobiliare registrata nel mese di aprile 2011, le entrate tributarie erariali presentano una crescita tendenziale pari al 4,6 per cento. Il Pil diminuisce, i redditi soffrono e il fisco ingrassa. Lo stesso Dipartimento delle Finanze di Via XX Settembre non può fare a meno di prendere atto che tutto questo si verifica «pur in presenza di una congiuntura fortemente negativa». Hanno contribuito il gettito della prima rata Imu, l’imposta sostitutiva sulle ritenute di capitale, l’imposta di bollo e l’imposta sugli oli minerali. In flessione solo l’Iva, per effetto del crollo dei consumi, tutto il resto ha segnato un consistente passo in avanti: le imposte dirette a con un più 4,4 per cento e le indirette con una crescita del 3,7. Ma la crescita quantitativa da sola non basta a far capire quanto dannoso e iniquo possa essere stato questo inasprimento della tassazione in un momento in cui gli italiani erano già chiamati a stringere la cinghia per effetto della crisi.

Morire di fisco
«Le imprese muoiono di fisco», dice Giorgio Squinzi, che invita il governo ad accelerare sul fronte della riforma fiscale e sottolinea che un carico fiscale come quello che le aziende italiane sono costrette a sopportare «sottrae risorse  che potrebbero essere utilizzate per finanziare ricerca e innovazione». In sostanza, siamo in presenza di una situazione in cui non si consuma e non si investe, si foraggia soltanto la macchina pubblica che mantiene intatto il livello di spesa (più della metà del prodotto interno lordo) fatto in gran parte di costi clientelari e burocratici. Con il rimanente bisogna fare tutto il resto. Monti si è presentato come il salvatore dell’Italia, ma non ha ridotto la fame di risorse dello Stato, non ha privatizzato per abbattere il debito e pagare meno interessi, ha aumentato le tasse cercando il pareggio di bilancio a prezzo di sacrifici durissimi. Poi, strada facendo, la situazione si è sempre più complicata: la produzione è calata, il giro d’affari pure e gli incassi sono diminuiti. Si è dovuta così azionare a più riprese la leva fiscale, tassando tutto e tutti. Oggi le entrate aumentano, ma a che prezzo. Le retribuzioni dei lavoratori italiani, già penalizzate dal fatto che, nell’ultimo anno, sono aumentate appena dell’uno per cento a fronte di un’inflazione che ha viaggiato oltre il tre, si sono ridotte ulteriormente per effetto del maggior prelievo, i consumi ne hanno risentito, la produzione è scesa, le imprese hanno messo i lavoratori in cassa integrazione e la disoccupazione è aumentata. Dopo dieci mesi di governo Monti, abbiamo compiuto il bel capolavoro di avere più tasse (la pressione fiscale è passata dal 43 per cento al 45,5), lo stesso livello di debito e di spesa pubblica e un’economia in recessione. E la chiamavano “Salva Italia”.