I media “liberal” spietati con Obama

Primo round a Romney. Non esiste un solo opinionista o analista che non si associ nel verdetto negativo per il presidente Barack Obama alla fine del primo vero duello tra i due candidati andato in onda ieri in diretta da Denver su tutti i canali tv. Di solito – e da noi in Italia sempre –  alla fine di un dibattito i commentatori si dividono e non giocano un ruolo secondario le diverse sensibilità politiche nell’affermare che abbia prevalso l’uno o l’altro. Morale della favola: o sono quasi sempre entrambi vincitori del confronto; oppure, se proprio non si può difendere l’indifendibile, si tira fuori dal cilindro la formula “passe-partout” che “nessuno dei due ha veramente prevalso sull’altro”. La pura e semplice verità, mai. Invece, il primo vero faccia a faccia tra Obama e Romney rientra nelle categorie dei dibattiti con un vincitore certo per acclamazione. Lezione americana.
Partiamo dai due principali grandi quotidiani di sinistra: Andrew Rosenthal del “New York Times” incorona un Romney «presidenziale», e Obama gliel’ha lasciato fare al punto che «la cosa più notevole del primo dibattito è quello che Obama non ha detto, tutte le occasioni che ha sprecato». Categorica anche Karen Tumulty del “Washington Post”: Romney ieri sera «ha trovato la sua voce ed ha finalmente offerto al Paese un programma economico alternativo», scrive, mentre Obama ha subìto senza contrattaccare su nessuno dei noti punti deboli dell’avversario; e secondo Chris Cillizza, l’altro commentatore di punta del “Washington Post”, Obama «è finito dal lato sbagliato della linea che segna il confine tra sobrio/serio e torvo/svogliato». Identica la pagella di Mark Halperin del settimanale “Time”: «Romney è partito forte ed è andato sempre meglio, si è molto difeso ma senza mai ritrovarsi sulla difensiva, e si è prodotto in una performance che, oltre ad entusiasmare la base repubblicana, potrebbe attrarre consensi anche tra gli indecisi; Obama non ha confermato tutti i difetti per i quali, risaputamente, non è un asso dei dibattiti (troppo freddo, troppo irritabile quando viene incalzato), ma a sorpresa è apparso più nervoso del suo sfidante che pure era al suo primo dibattito presidenziale, ed ha passato troppo tempo a criticare Romney e a dare la colpa a Bush, e troppo poco a dare argomenti concreti per un giudizio positivo del suo operato in questi quattro anni».
Passando al mondo dei blog, Andrew Sullivan, storico opinion-leader della blogosfera e accanito sostenitore di Obama, non ha lasciato spazio ad equivoci nel suo liveblogging: «Sentite: sapete quanto bene gli voglio, e sapete quanto io sia un osservatore di larghe vedute: capisco tutto e capisco la logica di alcuni argomenti contorti. Ma il fatto è che questo è stato un disastro per il presidente per le persone-chiave che ha bisogno di raggiungere. E le sue concioni logore da secchione sfigato rischiano di aver spinto molti indipendenti a riprendere in considerazione Romney».
Quanto alla tv, Chris Matthews dellaMsnbc, il volto più “obamiano” di una delle emittenti più di sinistra che ci siano, si è chiesto incredulo: «Ma dov’era finito Obama stasera?  C’era un duello decisivo, e lui si è presentato disarmato». Altrettanto disperato il grido lanciato su Twitter da Bill Maher, il popolare comico noto per le sue frecciate contro i repubblicani, che ha recentemente donato un finanziamento da un milione di dollari ad un super-Pac pro-Obama: «Non credo ai miei occhi: Obama sta facendo la figura di uno che ha veramente bisogno del teleprompter!».
Tanto di cappello ai media di sinistra. Una bella prova di onestà intellettuale. Spietati e critici quanto basta per sottolineare una verità che a stento si potrebbe negare. Tant’è vero che per i due terzi degli americani è stato Romney ad avere la meglio sull’avversario: il sondaggio Cnn condotto dopo la conclusione del duello dice che il 67 per cento degli spettatori lo considera un successo di Romney. Viene da ridere a constatare, al contrario, la faziosità patetica dei nostri “obamiani”: dalle agenze ai siti del “Corriere” e di “Repubblica” a stento riusciremmo a capire come sono andate veramente le cose: “Obama sulla difensiva”, Obama stenta”, “Romney mostra il volto moderato”, oppure, “Romney passa il test”. Un poco sibillini.
Altra piacevole lezione americana viene dalla qualità del dibattito. Le accuse reciproche sono rimaste nel recinto dei programmi. In molti dibattiti qui da noi spesso la parola è di chi se la prende e lo scontro è più con il “nemico” che con l’avversario. Ieri, invece, si sono confrontate anzitutto due ricette economiche per fronteggiare la crisi del Paese e della classe media. Non è mancata l’ironia, al posto dell’acredine, a noi ben più nota. Parole chiare. «Guarda all’evidenza degli ultimi quattro anni. È straordinario – incalza Romney – abbiamo 24 milioni di persone senza lavoro o che hanno addirittura smesso di cercarlo, una crescita economica quest’anno inferiore all’anno scorso e l’anno scorso ancora più debole di quello precedente. Non credo che lo status quo vada bene agli americani che oggi stanno lottando». Il confronto è continuato sul piano della ricetta per riaccendere la locomotiva Usa. I due candidati sono agli antipodi: al vago programma obamiano Romney snocciolava la sua “cura” con una chiarezza che è apparsa una “perla” di comunicazione politica: 5 i punti per rivitalizzare l’economia, un percorso che nessuno, a suo avviso, ha percorso prima: rendere gli Usa energeticamente autonomi, rimettere in sesto il bilancio, alleggerire lo Stato centrale, ridurre le aliquote per tutti, e non solo per alcuni, cominciando dalle piccole e medie imprese, ridare all’America il lavoro. «Non ho mai parlato di tagli da 5 mila miliardi» contrattacca, sferrando subito un altro affondo: «Il presidente dice che ridurrà il deficit ma intanto lo ha raddoppiato».