Grillo piace a destra? Forse, ma non dovrebbe…

Persiste la mania di etichettare Beppe Grillo. E lo si capisce già dal titolo del libro di Giuliano Santoro, edito da Castelvecchi, Un Grillo qualunque. Una scelta che evoca il qualunquismo di Guglielmo Giannini, prima categoria cui Grillo è stato ascritto. Ma ora l’attenzione si sposta sugli elettori, veri o potenziali che siano, se ne fa l’identikit “ideologico”, se ne analizzano le speranze e le delusioni… per concludere che Grillo piace a destra, e sarebbe pronto a sfondare tra gli elettori delusi di Lega e Pdl.
L’ondata di consenso suscitato dall’ex comico va divisa in due fasi distinte: la prima, in cui Grillo aggregava dei no global patiti della rete e la seconda, quella attuale, in cui attrae votanti col cuore a destra perché vuole chiudere i campi rom e invita alla disobbedienza fiscale. E magari anche, aggiungiamo noi, per la sua virile impresa di attraversare a nuoto lo Stretto. Si aggiunga che il suo movimento è leaderistico e costruito sul suo carisma, fattore che dovrebbe piacere ai fautori di “un uomo solo al comando”. Ma possono bastare questi luoghi comuni per etichettare Grillo? Il compito va lasciato a sociologi e politologi. Vale la pena di ricordare, a questo punto, che la cultura di destra è un fenomeno un po’ più variegato e complesso, le cui nervature dottrinarie vanno al di là del localismo razzista (avversione ai rom) e dell’egoismo sociale (non pagare le tasse è meglio che non pagarle) altrimenti la crisi epocale delle etichette di destra e sinistra lascerebbe solo spazio a nuovi e fuorvianti parametri che hanno assonanze con lo strillonaggio più che con la politica.
Il senso dello Stato, tanto per citare un caposaldo classico del pensiero di destra, è del tutto assente dalla propaganda di Grillo così come non vi trovano spazio le idee di solidarietà, l’europeismo, l’idea di Patria, il valore dei movimenti come fucina di nuove élite (il partito del capo che fa e disfa ne è l’esatta antitesi), l’idea di popolo non come massa rumoreggiante ma come soggetto politico consapevole di una legittimità a “fare storia”. E allora, anche solo sulla base di questi affrettati richiami, si può facilmente constatare che il grillismo può rivelare qualche affinità non con la destra come essa si è sempre pensata e definita ma con la degenerazione individualistica di una categoria abusata e logorata anche da comportamenti non sempre corretti e coerenti. Prendiamo l’avversione all’influenza della grande finanza: nel pensiero di destra questa ostilità si nutre della volontà di mantenere il primato della politica sull’economia e di non scalfire la sovranità nazionale. Legarla alla volontà di non pagare le tasse mortifica il patrimonio della destra anziché esaltarlo e alla fine compiace quella parte del paese che si è sempre sentita estranea alla missione della politica alta per ripiegare sul “tengo famiglia”, sul “ma chi me lo fa fare”, sul “prima viene l’interesse mio e poi vengono tutti gli altri”. Sentimenti che ingrossano le file di una protesta fine a se stessa, che danno vita a incendi di vaste proporzioni destinati però a lasciare dietro di sé territori desertificati. E quanto più i partiti si rassegneranno a compiacere questo tipo di elettorato tanto più la politica sarà subornata dai proclami grillini. Da ultimo, al di là delle pur lodevoli riflessioni di analisti e studiosi che si cimentano con il fenomeno, per Grillo vale l’impressione che per prima ha colto tutti gli osservatori: lui e il suo movimento non sono né di destra né di sinistra, ma abbastanza al di sotto e della prima e della seconda.