Gli eroi non si piangono, si imitano

«Noi non siamo qui per piangere». Così esordisce il cappellano che officia la funzione in ricordo dei caduti di El Alamein. Poi, però, si mette a piangere lui, dopo aver steso sull’altare il fazzoletto del battaglione San Marco e annunciato che non può andare oltre senza rivolgere un pensiero ai due ragazzi tenuti in ostaggio in India, che lui conosce personalmente e per cui chiede una preghiera. Per le loro famiglie e le famiglie dei due pescatori uccisi, aggiunge. Guarda intorno, ai nomi che coprono i lati interni dell’ossario e continua: «Guardiamo a questi nostri amici fraterni e proviamo ad ascoltarli. Essi sono presenti anche se spariti, essi parlano anche se morti, perché tutta la loro vita si è eternizzata dal momento che hanno voluto e saputo fare della loro esistenza un dono per gli altri, un dono per noi figli di oggi della stessa Patria che essi ci hanno consegnato e a caro prezzo. Ascoltiamoli, e ci sentiremo dire che essi hanno sempre creduto nella giustizia, nella verità, nella fiducia, fino a dare la vita. Questi non sono uomini qualunque. Uomini che avevano sognato di scendere dal cielo, gloriosamente vi salirono. Churchill disse: “Dobbiamo inchinarci davanti ai resti di quelli che furono i leoni della Folgore”. Eccoci, allora, qui, anche noi, inchinati. Ci inchiniamo devotamente e con tutto l’affetto di cui siamo capaci davanti a quella che è stata definita “la legione di anime a presidio del deserto”, per affermare che noi – e tutto il nostro popolo – siamo ancora orgogliosi di loro, capiamo il loro sacrificio, li ringraziamo per esso, li ricordiamo e li amiamo con lo stesso amore con cui dei bravi figli amano i genitori». Io, purtroppo, credo che non sia vero. Credo che da El Alamein non si possa tornare con orgoglio, ma semmai con imbarazzo. Questi italiani che “amano e imitano” non li vedo. Vedo giornalisti che mentono, magistrati che dissacrano la giustizia, politici che tradiscono la fiducia e soprattutto milioni di persone che corrono dietro a chiunque gli prometta qualcosa, pronti a sostenere ogni vincitore e fare chiasso sotto la ghigliottina che decapita il potente al quale fino a ieri si inchinavano. Certo, smettere di credere è il più grande tradimento nei confronti di chi è morto perché credeva. Quindi non ci è concesso. Ma non essendo abbastanza presuntuoso e ipocrita da pensare che riuscirò più a imitarli, io, intanto, i miei eroi li piango.