«Giustizia irriformabile?»

«La fiducia sull’anti-corruzione tecnicamente è corretta», spiega Manlio Contento, ricordando che «purtroppo i tempi di approvazione si sono dilatati tanto da renderla un percorso obbligato da parte del governo». È servita a evitare «che si ripresentassero giudizi contrapposti, proteggere il testo uscito dalla Camera».

Onorevole, lei ieri ha moderato un dibattito intitolato “Giustizia irriformabile?”. Il voto di fiducia al Senato su un provvedimento che tutte le forze politiche riconoscono come utile e opportuno quale risposta suggerisce a quella domanda?

Prima di tutto offre una visione del contesto. Nelle aule parlamentari sui temi della giustizia c’è uno scontro, più che un confronto, che vede contrapposti due orientamenti: uno che ritiene che aumentando reati e pene si possano risolvere tutti i problemi del Paese e un altro che invece sostiene che aumentare eccessivamente i reati penali renda più difficile il ricorso alla giustizia, che già versa in una situazione delicata.

Quindi la giustizia italiana è davvero irriformabile?

No, questo no. Ma certamente è un compito complesso, bisogna trovare una via comune fra i due schieramenti che si confrontano e che non vanno identificati necessariamente nello schieramento dei partiti. Non dimentichiamo, per esempio, che Violante, contro una cultura egemone nel suo partito, ha più volte manifestato l’esigenza di un confronto vero, che ridia forza alla politica per bilanciare anche spinte di settori della magistratura che rischiano di far assumere alle toghe un ruolo politico che non dovrebbero mai avere. Diciamo che c’è un orientamento conservatore, che è prevalentemente nel centrosinistra e che difende l’esistente, perché ritiene che non si debba cambiare nulla e che il sistema, anche giudiziario, debba rimanere quello che è, e che c’è un orientamento riformista che ritiene che alcuni temi fondamentali, collegati ai diritti di garanzia del cittadino, vadano affrontati. La terzietà del giudice, assicurata dalla separazione delle carriere, la responsabilità dei magistrati, la questione relativa al loro codice di disciplina anche rispetto ai comportamenti pubblici e quella relativa all’Alta Corte di giustizia composta non solo da magistrati per assicurare l’applicazione delle regole sanzionatorie, la questione relativa all’esercizio dell’azione penale obbligatoria, che oggi riguarda una estesa e sconfinata prateria di reati ed alla base dei circa 3,5 milioni di procedimenti penali pendenti che registriamo ogni anno… tutto questo attiene a una visione riformista della giustizia, che viene osteggiata da chi ha una visione conservatrice.

Lei ne fa una questione di visioni politiche, ma in questi anni è sembrato che tutto si risolvesse in un braccio di ferro pro o contro Berlusconi…

Perché la centralità di Berlusconi ha determinato una deformazione del confronto politico, ha accentuato il conflitto su questi temi e, anche attraverso la propaganda, la visione della giustizia come strumento da utilizzare a favore o contro il presidente del Consiglio. Da qui è scaturito un conflitto tra i due schieramenti che ha portato all’incapacità di instaurare un dialogo che, pur difficile, non è impossibile. Si è andati direttamente allo scontro, c’è stato un elemento destabilizzante.

Questo elemento è stato Berlusconi?

Lo è stato l’atteggiamento per cui se il centrodestra presentava una proposta – vedi le intercettazioni – automaticamente lo schieramento conservatore lanciava accuse sul fatto che si voleva impedire alla magistratura di svolgere il proprio compito o che si voleva favorire questa o quella posizione nei processi. Ma in questo contesto introdurrei anche il ruolo condizionante, decisivo, prepotente dell’associazione magistrati su alcune questioni. Da parte di segmenti della magistratura ci sono state delle prese di posizione che non possiamo mai scordare. Anche nel corso del convegno è emerso questo aspetto. Io ho lanciato una provocazione sull’espandersi del ruolo della magistratura, che poi è stata ripresa non da Castelli o Nitto Palma, ma da Mastella, il quale ha sottolineato che c’è stata una tendenza di parte della magistratura a estendere la propria sfera d’influenza per giudicare alcuni avvenimento sotto il profilo politico, come se sul banco degli imputati non vi fossero le singole persone che commettono reati, ma il sistema politico e la sua classe dirigente. Questo aumenta il conflitto tra politica e magistratura.

Tutta colpa delle toghe rosse e dei comunisti che hanno fatto sponda?

C’è stata una certa debolezza della politica. Credo che se la politica, se il centrodestra – poiché guardo al mio schieramento – saprà recuperare una autorevolezza e una credibilità maggiori e riuscirà a far comprendere che alcune riforme, soprattutto di carattere costituzionale, sono indispensabili per garantire il cittadino, allora è probabile che si possano determinare nuovi schieramenti che rompono questo fronte contrapposto e si confrontano esclusivamente sui contenuti, sgombrando il campo da strumentalità. E la figura di Berlusconi, pur rimanendo nel confronto politico, non potrà più essere presa a pretesto per evitare di affrontare temi che sono riconosciuti da molti come rilevanti.

Appare moderatamente ottimista…

È quello che auspico. Poi si tratterà di capire se questo fronte riformista alle prossime elezioni riesce ad avere la maggioranza. La partita è tutta lì: se la maggioranza sarà di spirito riformatore, ritengo che ci saranno tutti i presupposti per affrontare questi temi molto delicati.

Al convegno della Fondazione della libertà erano presenti tre ex Guardasigilli, il presidente dell’Anm e quello dell’Unione camere penali. Anche loro la pensano come lei sulla riformabilità della giustizia?

Anche Castelli, Nitto Palma e Mastella pensano che se dovessimo stare a guardare gli ultimi decenni ci sarebbe poco da stare allegri. Ma se invece prendiamo come un’opportunità questo gesto di disponibilità del presidente Berlusconi a fare un passo indietro per l’unità dei moderati, allora si può guardare con maggiore fiducia alla possibilità di costruire una maggioranza riformatrice che, senza desideri di revanscismo o vendetta, riapra un dialogo sulla giustizia.

E il presidente dell’Anm, Rodolfo Sabelli, e quello dell’Ucpi, Valerio Spigarelli, cosa ne pensano?

Diciamo che anche tra di loro si è evidenziata una frattura tra il fronte riformista, in questo caso rappresentato dai penalisti, che chiedono per esempio una riforma che rafforzi la terzietà del giudice, con la saparazione della carriere, e il fronte conservatore, quello dei magistrati, che è portato a difendere l’ordinamento esistente, temendo modifiche che possano introdurre un indebolimento del proprio ruolo.