Evocare tangentopoli per bruciare i partiti?

Ipasdaran dell’informazione sono scesi subito in campo – a supporto di quell’invocazione del ministro Severino sulla nuova Tangentopoli – per cercare di aggiungere indignazione a indignazione: «La corruzione che ha raggiunto livelli dannosissimi per l’economia e l’immagine del paese. Ora è peggio che nel ’92…», aveva detto domenica sera il ministro della Giustizia Paola Severino. Applausi, standing ovation, trenini a festa. Immediatamente s’è mosso Roberto Saviano a darle supporto con un’auto-intervista che sollecita l’approvazione del ddl anti-corruzione (che dovrebbe avere il via libera entro la settimana, al Senato) e la sua modifica, che deve passare dal rafforzamento di qualche norma, come sul falso in bilancio, sul voto di scambio e sulla concussione. In realtà, sulla necessità che il testo (che va oggi in aula) venga approvato più rapidamente possibile concordano tutti, anche il Pdl, che domenica, con il segretario Alfano, aveva ribadito il concetto, a scanso di equivoci con chi, dalle file del Pd e dell’Idv, continua a indicare il centrodestra come la parte che vuole boicottare il decreto, che peraltro porta il nome dell’allora ministro della Giustizia del Pdl. Alfano aveva precisato: «Tangentopoli? Sono contro ogni slogan, siamo di fronte a tantissimi ladri che vanno cacciati ed espulsi dal consesso politico, noi dobbiamo operare perchè i partiti non patiscano le infiltrazioni», frenando così su quel facile quanto discutibile paragone del Guardasigilli.

Obiettivo: annullare i partiti?

Perché quel riferimento della Severino a Tangentopoli è da considerarsi fuori luogo? A quei tempi il Msi restò praticamente indenne dall’ondata giudiziaria ma seppe trasformarsi, senza essere distrutto dai giudici e senza autodistruggersi, in un nuovo strumento per fare politica che interpretasse anche la fase delle “macerie” post-giudiziarie. Già da allora, con la nascita di Forza Italia e l’alleanza con i post-missini, nel centrodestra si dimostrò di credere ancora nel valore e nell’utilità dei partiti tradizionali, quelli che Mani Pulite aveva raso praticamente a zero, ad eccezione del Pci (grazie a Greganti) e, appunto, di quel Movimento sociale, scampato alla ghigliottina per manifesta estraneità agli eventi criminosi dell’epoca. Oggi che i fenomeni di corruzione riemergono, in piena fase di anti-politica c’è chi li cavalca, come i tecnici: l’obiettivo surrettizio è mettere in soggezione la politica e i suoi rappresentanti e provare a riproporre quel processo di delegittimazione che portò all’estinzione delle strutture democratiche tradizionali assimilando persone e movimenti nelle storture del sistema. Oggi c’è però anche chi, come accade a destra, perfino in quel Pdl che al momento sembra navigare a vista, sa che le idee vanno distinte dai comportamenti individuali, su cui bisogna vigilare con attenzione con l’obiettivo di espellere chi non è degno di rappresentare  gli elettori. Ma la cornice politica, il quadro democratico, i partiti e chi milita in essi, non vanno considerati terra da bruciare, ma da rizollare, magari seminando anticorpi che aiutino a fare pulizia: ben venga, dunque, il ddl anti-corruzione, ma attenzione a pensare di passare sui partiti come il trattore sul Pulcino Pio, nel nome di un giustizialismo etico dettato dai “tecnici” per ambizioni personali.

Il ddl va in aula oggi

Il fuoco “amico” sul governo, a dispetto delle invocazioni strazianti sulla fiducia da mettere subito sul ddl, a quanto pare arriva soprattutto dal Pd. Secondo il deputato Roberto Giachetti al Senato si starebbe preparando un blitz per “risolvere il tema dei magistrati fuori ruolo nel modo più semplice”, togliendo cioé la norma approvata alla Camera dal ddl anticorruzione che dovrebbe limitare il collocamento fuori ruolo dei magistrati. «Nessuna regola e nessun limite. C’è anche la possibilità che la materia sia affidata al governo attraverso una delega. Certo – aggiunge – non può rassicurare che tale delega venga attribuita ad un ministro che in diretta televisiva e senza alcun contraddittorio ha affermato che la norma da me scritta avrebbe riguardato “solo i giudici ordinari e non quelli amministrativi”: basta leggere l’articolo approvato alla Camera per verificare facilmente che le cose non stanno così», spiega Giachetti, attaccando pesantemente il Guardasigilli. Su quella norma sembra concordare anche il capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri, che sollecita l’approvazione rapida del decreto anti-corruzione e precisa: «Sarà bene a tal fine che autentiche caste di magistrati fuori ruolo, collocati spesso varie istituzioni, la smettano di contribuire a complicare l’iter auspicando norme a proprio vantaggio. Peraltro si tratta di nomenklature care alla sinistra. De hoc satis».