El Alamein, non solo più una ricorrenza

«Combatti per dovere, senza considerare gioia o dolore, perdita o guadagno, vittoria o sconfitta; così non incorrerai mai nel peccato». Chissà se nella spianata di El Alamein risuoneranno proprio queste parole tra quelle che il dio Krishna rivolse al timoroso guerriero Arjuna. Nel 70esimo anniversario di una delle più importanti battaglie della Seconda guerra mondiale, infatti, verranno letti anche alcuni brani del Bhagavadgita, il testo sacro indiano tratto dal grande poema epico nazionale Mahabharata. Venivano anche dall’India (arruolati con le truppe coloniali britanniche) alcuni dei combattenti caduti in quelle cruciali giornate di fine ottobre 1942. La cerimonia ufficiale ricorderà oggi anche loro, così come tutti i combattenti che presero parte a quelle sanguinose giornate, indipendentemente dallo schieramento e dalla nazionalità.
Nutrite le rappresentanze: dalla folta missione parlamentare (fra cui il direttore del “Secolo d’Italia”, Marcello de Angelis) guidata dal presidente della Camera Gianfranco Fini alle autorità egiziane, fino agli ambasciatori italiani e inglesi. Oltre al programma internazionale, la delegazione italiana seguirà anche una sua scaletta in cui sono compresi l’alzabandiera e la deposizione delle corone, nell’ordine, dei veterani, della Difesa, dell’ambasciatore e della presidenza della Camera. Di particolare importanza l’accensione della “fiaccola degli ideali” e l’inaugurazione della lapide in onore dei caduti giuliano-dalmati. Verrà reso omaggio anche al sacrario che raccoglie i resti degli ascari libici. Verranno inoltre scoperti i cippi del “Parco storico del campo di battaglia di El Alamein”, una iniziativa volta allo studio e alla salvaguardia del sito attraverso il ripristino delle numerose postazioni che si sono fino a oggi conservate. In questo progetto rientra la deposizione di una serie di cippi lungo tutto il campo di battaglia. Ciascun cippo riporta sulla facciata lo stemma della divisione che lì ha combattuto nel 1942, oltre alle indicazioni geografiche delle località, al numero identificativo e ai nominativi di chi ha contribuito alla sua realizzazione con eventuali dediche. Già perché l’iniziativa è finanziata a sottoscrizione e non costa un euro al contribuente italiano. Fino a oggi, invece, la manutenzione del sito è stata in mano alle autorità locali, che pure si sono impegnate non poco per sottrarlo alla rovina.
Se ne sono tutti andati, invece, i reduci di quella tragica avventura. L’ultimo è scomparso lo scorso marzo, all’età di 95 anni: si chiamava Guglielmo Mariotti, detto da tutti “Ginetto”, tenente colonnello in congedo. Aveva fatto parte dei guastatori della Folgore, utilizzati per quella battaglia come truppa di fanteria nel deserto. Il suo gruppo, il “Ruspoli”, venne completamente annientato dagli inglesi. Lui riuscì a scappare e a nascondersi nel deserto per qualche giorno, ma fu poi trovato dagli inglesi, catturato e fatto prigioniero. Riuscì a tornare in Italia soltanto nel 1946.
 Oggi il campo di battaglia di El Alamein occupa circa 80 chilometri di deserto a partire dalla costa, verso sud. Lungo la costa sono presenti insediamenti turistici molto estesi, mentre l’interno è disabitato, ad eccezione di alcune installazioni petrolifere. Sono numerosissime le testimonianze della battaglia, date da postazioni individuali, trinceramenti, piazzole di artiglieria e ripari costruiti dalle due armate che qui si scontrarono durante l’estate del 1942. La battaglia è rimasta fortemente impressa nell’immaginario collettivo, anche grazie a pellicole (di diseguale valore e onestà storica) che hanno ricordato le fasi salienti dell’episodio, come “La battaglia di El Alamein”, “Uccidete Rommel” ed “El Alamein – La linea del fuoco”. Per la storia dell’esercito italiano la battaglia rappresenta un momento di eroismo, sia pur nella disfatta. Una filosofia racchiusa nell’iscrizione sul cippo dei bersaglieri ai margini della strada litoranea a 111 chilometri da Alessandria d’Egitto, che recita: «Mancò la fortuna, non il valore». Nei manuali di storia militare l’episodio è ricordato con enfasi. Da una parte il generale Bernard Montgomery, dall’altra il feldmaresciallo Erwin Rommel, due delle più grandi menti strategiche e militari della modernità. In campo, soprattutto, tanti soldati italiani che si batterono con valore nonostante la sconfitta. Seppur dalla parte sbagliata, ci tengono alcuni ad aggiungere. Dieci anni fa, nel 60esimo anniversario della battaglia, l’allora ministro della Difesa Antonio Martino (primo esponente di un governo di centrodestra a celebrare una ricorrenza importante di questo tipo) ci tenne a precisarlo, di fronte a reduci ancora in vita e relative famiglie: bisogna onorare tutti gli italiani che hanno perso la vita in questo deserto egiziano – disse – anche «se combattevano dalla parte sbagliata e per una causa sbagliata». Dall’uditorio interdetto volarono fischi. Il compianto Mirko Tremaglia non la prese bene,  replicando che «chiunque combatta per la patria persegue una causa giusta». Del resto, prima dell’8 settembre 1943, di parte ce n’era una sola, che poi fosse giusta oppure sbagliata non sono forse le prospettive limitate e spesso vili dei mortali a doverlo stabilire. Krishna, che mortale non era, lo aveva già spiegato: non si combatte per una causa giusta o una sbagliata. Si combatte. Il resto è secondario.