E Bersani liquidò D’Alema

Liquida Monti, liquida Renzi e, già che c’è, liquida anche D’Alema. Pier Luigi Bersani ieri ha assunto le vesti di liquidatore, ma questo non gli ha impedito di scagliarsi per l’ennesima volta contro la politica della rottamazione. «Quel che non è accettabile è che ci sia qualcuno che dica “tu sei il ramo secco, tu sei il motorino da rottamare”. Cambiare sì, rottamare no», ha precisato il segretario del Pd nel corso del videoforum di Repubblica.tv, in cui però ha assicurato che «il cambiamento ci sarà, la ruota girerà».
Come? Intanto con un cambiamento sulla scena politica nazionale, dove Bersani ha ribadito di non vedere alcuno spazio per un Monti-bis. «Monti ci sarà da qualche parte. Ma il Monti bis no. Nel senso che col Pdl ho già dato. Altrimenti mi riposo», ha detto il leader democratico, chiarendo che, «assolutamente sì», lui punta a a Palazzo Chigi.
Ma il primo cambiamento a cui Bersani faceva riferimento era quello interno al partito, dove l’annuncio di Walter Veltroni di non volersi ricandidare e quello seguito a ruota di Massimo D’Alema di candidarsi «solo se lo chiederà il partito» gli stanno tutt’altro che facilitando la vita. È vero che ora anche qualche altro, come Arturo Parisi, annuncia di volersi ritirare dagli scranni parlamentari, ma è vero anche che c’è chi annuncia il contrario: «Io non seguo l’esempio di nessuno e resto a disposizione del partito», ha detto l’ex presidente del Senato Franco Marini in un’intervista al Messaggero di ieri. Soprattutto, però, è vero quello che ha detto alla Stampa Matteo Renzi. «Non vorrei essere nei panni di Bersani», ha spiegato il sindaco di Firenze, per il quale «la situazione è messa in modo tale che qualunque cosa Pier Luigi sceglierà, sarà per lui un problema». «Se Bersani abbandonasse D’Alema e Bindi, credo pagherebbe un prezzo alto anche alle primarie. Se invece li difendesse, annunciando che li ricandiderà, farebbe arrabbiare un sacco di militanti e darebbe nuova forza alla nostra campagna».
Dunque, indirettamente, Renzi conferma che quello di Veltroni più che come un beau geste in nome del rinnovamento si presenta come una polpetta avvelenata per i vertici democratici. S’era già capito alla luce del dibattito – accesissimo – che s’è subito scatenato nel partito: “Personaggi come Veltroni, D’Alema, Bindi sono vecchi arnesi da rottamare o sono un valore aggiunto in termini di esperienza, identità, progetto?”. Ieri la riprova che il passo indietro di Veltroni e ciò che ne è seguito rendono ancora più precari i già precari equilibri interni è arrivata dal botta e risposta tra Bersani e D’Alema.
«Non chiederò a D’Alema di candidarsi, io non chiedo a nessuno di candidarsi. Io non sono quello che nomina i deputati: farò applicare la regola, chi ha fatto più di quindici anni per essere candidato deve singolarmente chiedere una deroga alla direzione nazionale», ha detto Bersani. «Non decide Bersani, ma il partito. Questo prevede lo statuto», ha replicato D’Alema, glissando però sulla possibilità di chiedere o meno al partito una deroga al limite di tre mandati. «Vedremo», ha risposto il presidente del Copasir a chi gliene chiedeva conto. Benché sia Bersani sia D’Alema si siano richiamati allo Statuto, lo scambio non è suonato esattamente come una riprova di concordia. Tant’è che a strettissimo giro la Velina Rossa di Pasquale Laurito, considerata vicina a D’Alema, ha sentenziato che «non credevamo che l’on. Bersani potesse arrivare ad assumere le sembianze di Ponzio Pilato». «Quando non si ha il coraggio di difendere le posizioni di chi ha sempre lottato per la sinistra italiana, allora vuol dire che si è alla vigilia di una catastrofe politica», è stata la presa di posizione, in cui si invitava Bersani a «non copiare il linguaggio politico di Renzi». E se non stupisce che Enrico Letta abbia detto di «riconoscersi» totalmente nelle parole del segretario, Nicola Latorre ha avuto bisogno di spiegare perché il suo nome non figurava tra i seicento – tra politici, economisti ed esponenti del mondo della cultura – che lunedì hanno pubblicato a pagamento sull’Unità una lettera-appello in favore del presidente del Copasir. «Considero Massimo D’Alema il mio maestro. Nessuna polemica può cancellare il ruolo storico che ha avuto per la sinistra italiana», ha detto il senatore del Pd a Repubblica, chiarendo però che non avrebbe firmato l’appello apparso sul quotidiano di partito. «Comprendo lo spirito che muove la lettera, ma non lo condivido. L’obiettivo – ha commentato Latorre – è fermare questa campagna violenta, così invece si rischia solo di peggiorarla».
«Ma il Pd – chiedeva ieri a metà giornata Giorgio Merlo – pensa di trascorrere i prossimi 5 mesi a discutere di come e quando eliminare e liquidare definitivamente la classe dirigente del partito?». «Per il momento – ha aggiunto il vicepresidente della Vigilanza Rai – stiamo offrendo un assist straordinario e insperato a tutti gli avversari e a tutti i detrattori del Pd. Sino a quando si andrà avanti così?».