Così parlò l’opinionista tv novello Zarathustra

«Il televisore vi dice quello che dovete pensare e ve lo dice con voce di tuono. Deve avere ragione, vi dite: sembra talmente che l’abbia». Così parlò Ray Bradbury, lo scrittore statunitense scomparso lo scorso giugno a Los Angeles. Maestro di fantascienza, certo, consapevole però che l’incubo non venga necessariamente dal futuro ma sia abilissimo a camuffarsi nel presente, assumendo le sembianze di un elettrodomestico “familiare”: «il televisore è reale, è immediato, ha dimensioni». A lui il compito di educare le nuove leve del consumismo militante, giovani che non hanno conosciuto un mondo senza tv. Tutto ciò che non trova spazio nel palinsesto non è solo trascurabile: non esiste. Tutto ciò che merita di esistere, sviscerato, vivisezionato, prende forma nel plastico vespiano e viene affidato d’ufficio a opinionisti senza opinioni e a esperti da salotto (televisivo). Già, se in un tempo lontano il piccolo schermo (ancora, per l’appunto, piccolo) offriva un palco a uomini e donne di spettacolo, ora i veri showman sono i tecnici: forgiati in anni di studi e solitudini, si fa per dire, distribuiscono il loro sapere come novelli Zarathustra. Altro che Berlusconi, il “miracolo italiano” l’ha fatto la scatola magica: cantanti trasformati in telepredicatori e comici in politici. La popolarità paga e tutti si precipitano all’incasso, nel bene superiore della Patria, ovviamente. E lo fanno prendendosi maledettamente sul serio.
«Ascoltatemi! La televisione non è la verità! La televisione è un circo, un carnevale, una troupe viaggiante di acrobati, cantastorie, ballerini, cantanti, giocolieri, fenomeni da baraccone, domatori di leoni, giocatori di calcio! Ammazzare la noia è il nostro solo mestiere». Il monito arrivava in “Quinto potere” e rimane di un’attualità disarmante.  Si dice che la televisione altro non sia che lo specchio della nostra società, con tutti i suoi costumi e soprattutto con i malcostumi. Parliamoci chiaro: non è un complimento, per nessuno. Altrettanto vero è che la televisione anticipi spesso le tendenze, prepari il terreno, lo coltivi. La deriva tecnocratica, a ben pensarci, è iniziata proprio nel campo di battaglia in cui il palinsesto globale saggia il polso del consenso. Eccole, alcune delle avanguardie: Massimo Picozzi, Francesco Bruno, Roberta Bruzzone. I nomi, forse, non diranno molto ma pochi non riconoscerebbero al primo colpo, ovvero alla prima inquadratura, la barba curata di Picozzi, quella più indisciplinata di Bruno e l’avvenenza telegenica della Bruzzone. Criminologi, criminologi televisivi, fuoriclasse del delitto. Pier Paolo Pasolini, denunciando le forme più o meno esplicite di condizionamento televisivo, parlava di «stupidità delittuosa della televisione». E sui delitti, letteralmente intesi, s’è formata questa emergente categoria di personaggi da showbiz, perfettamente a loro agio tra cronaca e fiction, informazione e intrattenimento. Esperti, tecnici prestati alla televisione. Chiamati a fornire contenuti, non mancano di inciampare in sciocchezze. Bruno, per citarne una, liquidò gli omosessuali come anormali, scatenando la reazione stizzita dell’Arcigay e beccandosi una denuncia dell’ordine dei medici. Tecnici non sempre all’altezza del ruolo, più utili allo spettacolo che alla scienza. Perché come insegna l’esperienza del Grande Fratello – che in un decennio ha sfornato dozzine di figuranti, pseudoattori e nullafacenti di lusso – quello che conta non è avere qualcosa da dire ma volerlo dire. Non che manchino esperti in altre discipline, intendiamoci. Vittorio Sgarbi, da parte sua, nasce come critico d’arte (e polemista) televisivo al Maurizio Costanzo Show per poi affermarsi come politico. Non c’è passaggio elettorale, del resto, che non veda un buon numero di personaggi televisivi improvvisarsi politici. Dall’audience al voto il passo è breve e rapida è il più delle volte la via del ritorno, a casa. E l’elenco di tecnici e potenziali supplenti della politica potrebbe continuare. Chirurghi plastici, cuochi, economisti, ce n’è per tutte le necessità. Meno che per una: quella di far ridere il pubblico, com’era nella vocazione più genuina e antica della televisione. Prima che i tecnici invadessero ogni spazio, da quello pubblico a quello privato. Prima che ce li trovassimo nel nostro tinello quando magari faremmo volentieri a meno di ritrovarci, nell’intimità familiare, quest’Italia di plastica in cui l’ultima parola – anzi: l’ultima sentenza – spetta proprio a loro.