Cinquantasei anni fa il martirio di Budapest

Su centinaia di profili facebook campeggiava questa immagine: una bandiera ungherese con un grosso taglio al centro del tricolore a rappresentare un buco, un vuoto. Anche così, cinquantasei anni dopo, la piazza virtuale ha voluto ricordare la ricorrenza degli episodi che hanno svelato la reale natura del “mondo dell’Est”: l’imperialismo di marca comunista. Oggi come ieri, perché già in quell’ottobre del ’56 le piazze italiane – nel silenzio della sinistra politica – si riempivano di ragazzi che manifestavano per i martiri di Budapest. Era il 23 ottobre 1956 quando migliaia di studenti, intellettuali e operai ungheresi scesero pacificamente nelle strade e nelle piazze di Budapest per solidarizzare con la rivolta di Pozna in Polonia: la manifestazione, però, degenerò in scontri. La stessa notte la situazione precipitò, tanto che il governo presieduto dagli stalinisti Gerö e Hegedüs venne sciolto. La formazione di un nuovo governo, con a guida Imre Nagy, non impedì tuttavia che gli scontri armati divenissero guerra aperta, coinvolgendo anche i reparti militari sovietici presenti. Tra il 23 e il 28 ottobre la rivolta divampò nel resto del Paese. Il governo Nagy tentò di svolgere il ruolo di mediatore tra il popolo e l’alleato sovietico. I Consigli operai e contadini sorti nei giorni della rivolta formularono proposte: la cessazione del fuoco, il ritiro dei sovietici, l’abolizione della polizia segreta, libere elezioni e l’uscita dal Patto di Varsavia. Richieste che rappresentavano, di fatto, la volontà di un popolo di liberarsi dalla “stalinizzazione” (non a caso una delle immagini storiche della rivolta è quella della decapitazione della statua del dittatore in piazza). Tra il 29 ottobre e il 3 novembre parve che le truppe sovietiche si ritirassero come pattuito nella tregua del 28. Ma invece il Cremlino decise l’intervento. Testimone di quell’episodio fu Indro Montanelli: «Io non avevo nemmeno un vestito. Ero andato così, per caso, a Budapest. E dissi ai miei amici “ritorniamo a Vienna, tanto ormai questa rivolta ha vinto”». Non andò esattamente così. «Eravamo su una “600” – ricorda ancora il grande giornalista – e ci trovammo carri armati davanti e dietro. Guardando le targhe vidi che erano in cirillico: “Questi sono russi” affermai. E così, per caso, partecipammo all’invasione dell’Ungheria. Arrivai allora a Budadest e rivolgendomi a uno dei capi della rivolta gli dissi che li stavano invadendo. Non mi volle credere».
Per sedare la rivolta, insomma, il 4 novembre migliaia di carri armati sovietici vennero inviati nella città. Queste, all’alba, le parole dell’allora capo del governo ungherese: «Qui parla il primo ministro Imre Nagy. Oggi all’alba le truppe sovietiche hanno aggredito la nostra capitale con l’evidente intento di rovesciare il governo legale e democratico di Ungheria. Le nostre truppe sono impegnate nel combattimento. il governo è al suo posto. Comunico questo fatto al popolo del nostro Paese e al mondo intero». Combattendo con armi decisamente impari, talvolta anche solo a mani nude, i cittadini si difesero strenuamente, ma il risultato fu inevitabile: più di duemila ungheresi vennero uccisi e moltissimi altri feriti o imprigionati. Un episodio, questo, che in Occidente destò da subito enorme scompiglio all’interno di quella società civile europea che guardava con insistenza al “paradiso sovietico” e, in particolar modo, tra i partiti di sinistra. In Italia, mentre il Psi di Pietro Nenni stigmatizzò da subito l’accaduto, fu il Pci a essere investito da una crisi politica importante risolta poi da Palmiro Togliatti con il sostegno convinto all’invasione e la denuncia dei manifestanti come meri controrivoluzionari. Anche l’attuale capo dello Stato Giorgio Napolitano, allora responsabile del Comitato centrale del partito, si schierò a fianco dell’intervento sovietico. È rimasto storico il messaggio che Napolitano diede come risposta a chi formulava dall’interno dubbi sui fatti d’Ungheria: «Il compagno (Antonio, ndr) Giolitti ha il diritto di esprimere le proprie opinioni, ma io ho quello di aspramente combattere le sue posizioni. L’intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione ma alla pace nel mondo». A differenza sua, invece, altri compagni di partito non credettero alle intezioni “umanitarie” dell’intervento sovietico e si dimisero dal Pci (tra i tanti ci furono Natalino Sapegno, Italo Calvino ed Elio Vittorini). Una “macchia”, questa del sostegno al Cremlino, nella carriera del “migliorista” Napolitano che arriverà a ricoprire diversi incarichi di governo fino a diventare presidente della Repubblica. Ci sono voluti molti anni prima che l’ex vertice del Pci facesse i conti con questa storia. Nel 2006 è arrivata l’occasione: «La mia riflessione autocritica – spiegava al presidente della fondazione Nenni – sulle posizioni prese dal Pci, e da me condivise, nel 1956, e il suo pubblico riconoscimento da parte mia ad Antonio Giolitti “di aver avuto ragione” valgono anche come pieno e doloroso riconoscimento della validità dei giudizi e delle scelte di Pietro Nenni e di gran parte del Psi, in quel cruciale momento». Quest’estate, poi, è arrivato il riconoscimento della responsabilità storica che ricade sulle spalle dei vertici dell’allora Pci: «Fu una tragedia, anche per il Pci, un errore grave e clamoroso del gruppo dirigente, a partire da Togliatti».
Se per la sinistra italiana – come si vede – i fatti d’Ungheria rappresentarono una crisi di coscienza mai del tutto risolta, per la destra invece rappresenteranno l’ennesima dimostrazione dei reali obiettivi del comunismo internazionale. Così, dopo le grandi manifestazioni degli anni ’50 per la questione altoatesina e per Trieste italiana, ebbe inizio la grande mobilitazione del Msi e degli studenti in favore del popolo ungherese. Lo stesso “Secolo d’Italia” titolava così quel giorno: «Disperata lotta del popolo magiaro contro la bestiale reazione comunista. Gloria agli eroici combattenti dell’Ungheria libera», schierandosi senza se e senza ma a fianco della rivolta. E proprio uno degli inni cantati in quei giorni dai ragazzi ungheresi diventerà uno slogan che animerà le speranze di intere generazioni di ragazzi impegnati a destra e non solo: «Avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest, studenti, braccianti, operai il sole non sorge più ad Est…». Così come da quel momento tanti artisti e cantautori, da Leo Valeriano in poi, utilizzeranno i motivi della rivolta per comporre musica e teatro “non conforme”.
Ma per il “ghota” della cultura, dicevamo, ci vorrà molto tempo (almeno fino alla “primavera di Praga” del ’68) per ammettere i torti sovietici. Lo riporta così quel momento e quello stato d’animo, nel libro dedicato ai 60 anni del nostro giornale, Giampaolo Pansa: «Ricordo il supplemento fotografico della rivista americana “Life”. Pubblicava un reportage impressionante delle violenze compiute dai rivoltosi e, in seguito, dai sovietici. Fu allora che cominciai a domandarmi come si poteva essere di sinistra e approvare la repressione ordinata da Mosca. Gli ungheresi lottavano contro un’occupazione e una dittatura feroce. Anche le sinistre italiane avrebbero dovuto stare dalla loro parte. Non andò per niente così».