Avvocati in piazza: giustizia ko

«Nella strategia del governo c’è un colpo mortale all’avvocatura ritenuta erroneamente responsabile dell’eccessivo numero delle cause. Facciamo questa manifestazione per dire alla politica di svegliarsi e prendere coscienza di ciò che accade, o sarà troppo tardi». Spiega così le ragioni della protesta degli avvocati, che ieri sono scesi in piazza a Roma, il presidente dell’organismo unitario dell’avvocatura, Maurizio De Tilla che ha guidato il corteo partito da piazza della Repubblica.
Alcune migliaia i professionisti che hanno partecipato all’iniziativa con la fascia tricolore al braccio scandendo slogan: «le norme Severino sono contro il cittadino», «la nostra dignità è la vostra libertà» e «avvocati senza paura altrimenti è dittatura». Gli avvocati, ricorda De Tilla, «chiedono la sospensione della revisione della geografia giudiziaria e di investire meglio risorse spese male, come i 700 milioni usati per appaltare servizi a esterni e gli 84 milioni dei braccialetti elettronici». «Siamo pronti a offrire 10 mila avvocati per smaltire l’arretrato civile – ha detto De Tilla – che però dovranno essere pagati adeguatamente». In corteo, a denunciare la morte della giustizia e del diritto dei cittadini alla difesa, una bara, che simbolicamente contiene l’art. 24 della Costituzione (“tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi”), al collo di alcuni manifestanti un manifesto che annuncia «dopo una lunga agonia si è spenta la giustizia». «Il disegno del governo – ricorda ancora De Tilla – è quello di ridurre il carico giudiziario rottamando il diritto dei cittadini».
Tra i manifestanti anche alcuni gruppi più “arrabbiati” che criticano la linea troppo moderata dell’Oua. De Tilla è stato infatti contestato in piazza Santi Apostoli da alcuni avvocati che lo accusano di trattare con il ministro della Giustizia, Paola Severino, che De Tilla ha incontrato nel pomeriggio: «Vado dal ministro e porto un documento, approvato dalla piazza», dice De Tilla, che sminuisce la portata delle contestazioni, e le rimanda al mittente: «Hanno sbagliato indirizzo. Sono tra quelli si sono battuti di più. Quello che tutti qui vogliono si può realizzare, ma non con il muro contro muro». Dunque «io vado, senza compromessi ma convinto che non si debba interrompere il dialogo». Gli avvocati non scendevano in piazza dal 2006, quando le toghe dell’avvocatura sfilarono contro il decreto sulle liberalizzazioni voluto dall’allora ministro dello Sviluppo economico Pier Luigi Bersani. Ieri, a fianco degli avvocati, anche i giudici di pace e una rappresentanza del Codacons.
L’intera categoria forense è in subbuglio, come spiega l’avvocato Laura Vasselli, anche per la mancata concertazione: «Tutte le decisioni prese sulle modalità di esercizio della professione – afferma – sono state assunte senza ascoltare le rappresentanze della categoria che è giustamente preoccupata per il metodo adottato dal governo, si tenta di riorganizzare la giustizia con una serie di riforme-patchwork che alterano gli equilibri. Ma questa non è una rivendicazione di casta, si tratta di difendere la domanda di giustizia che in questo paese è sempre più alta e noi siamo costretti a spiegare ai cittadini che tutta una serie di prerogative prima esistenti adesso sono di difficile accesso». Esempi? «Prendiamo il caso del filtro in appello, cioè la possibilità che il giudice faccia una valutazione preventiva sulla possibilità di riesame di una sentenza o ancora l’aumento ingiustificato del contributo unificato che ha sostituitole vecchie marche da bollo. Si tratta di norme che scoraggiano il cittadino e l’avvocato è lasciato solo dinanzi al cittadino che vuole giustizia, perché siamo noi che poi dobbiamo spiegare al cliente tutte le complicanze introdotte da una normativa avviata senza consultarci preventivamente».
Al centro della protesta degli avvocati c’è però soprattutto la nuova geografia dei tribunali. «Noi – afferma Vasselli – non siamo contro il principio della razionalizzazione però questi tagli sono stati fatti senza criterio, senza valutare la specificità delle sedi, il numero di cause, se hanno sedi in affitto o usufruiscono di sedi della pubblica amministrazione. Si conferma la tendenza pericolosa a considerare la giustizia la Cenerentola del paese».
«I tagli colpiscono i cittadini – rincara la dose l’avvocato Antonino Galletti, consigliere dell’Ordine degli avvocati di Roma – perché con il taglio di mille tra sedi distaccate dei tribunali e uffici del giudice di pace non è più assicurata la giustizia di prossimità. La Costituzione parla di giudice naturale ma se tu lo sposti di 200 chilometri il diritto del cittadino viene rispettato? Inoltre sono state abolite le tariffe massime che servivano per calmierare i compensi. Ora con la liberalizzazione delle tariffe il cliente può essere più agevolmente raggirato perché non c’è più un criterio per stabilire se la parcella è giusta o se è troppo onerosa».