“Sfiorando il muro”: piace a molti, ma non a tutti…

E alla fine accade anche questo: spenti i riflettori della mostra di Venezia, il film di Silvia Giralucci “Sfiorando il muro”, che avrebbe ipoteticamente dovuto disturbare le coscienze della sinistra, sta facendo discutere la destra. Quel mondo un tempo costituito di “reietti” che custodiva le sue memorie con gelosa delicatezza e sacralità, quel mondo che solo osava ricordare i morti di serie B (tra cui Mazzola e Giralucci, prime vittime delle Br), si aspettava forse un film che riparasse il torto dell’oblio ed è rimasto deluso. Non tutto, una parte, ma è ciò che è accaduto anche quando Silvia Giralucci aveva pubblicato il libro “Sfiorando il muro” (Mondadori): «Ho subito già allora una specie di processo”, dice oggi la regista, soddisfatta per il riconoscimento avuto dai media ma turbata dal fatto che con un certo mondo di destra non riesce a parlare lo stesso linguaggio. «Io in certi riti identitari non mi riconosco e l’ho sempre detto».
E con i media se l’è presa Maurizio Cabona, ricordando che la stampa non avrebbe dovuto presentare il film come un documentario sulla morte di Mazzola e Giralucci perché il film è un’altra cosa: «È un film sul 7 aprile. Naturalmente Silvia Giralucci può fare quel che vuole, il problema è che la stampa l’ha presentato come un documentario sul padre missino ucciso dalle Br invece non è così. Insomma, come ho scritto, “Sfiorando il muro” omette di raccontare il caduto per concentrarsi sul clima politico di allora. Non si vedono né le vittime né i boia…”. L’articolo di Cabona, scritto per il sito del giornale di Luca Telese “Pubblico” (che però non l’ha pubblicato) è stato ripreso dal sito Fascinazione di Ugo Maria Tassinari e il dibattito sul film, che avrebbe dovuto essere di destra ma non è di destra, è divampato. Cabona però spiega: «Dev’essere chiaro che quando tu fai un’opera non sei responsabile dell’uso che ne fanno gli altri e io non ho scritto per il mondo della destra deluso dal film. Ho solo sottolineato che nel film non si parla della figura del morto e delle responsabilità degli assassini».
«È chiaro – replica Silvia Giralucci – che un film su mio padre sarebbe stato più interessante ma io considero questo un mio dolore privato e ho scelto di fare un film sugli anni Settanta. Mi rimproverano di avere dimenticato la destra? Io rispondo che sono prima una persona e poi la figlia di mio padre. Mi rimproverano che non ho la prospettiva della destra? Ma che vuol dire oggi essere di destra o di sinistra? Sono etichette che potevano significare qualcosa in quegli anni ma oggi per me non hanno molto significato. Forse alcuni si aspettavano che difendessi quel mondo perseguitato, ma sarei stata credibile? Io, la figlia di Graziano Giralucci? E poi io ho inserito le testimonianze di alcuni missini del tempo. Ci sono state delle resistenze. Mi è stato detto: presenti i fascisti come se fossero dei santi…». Silvia Giralucci sottolinea che è stato difficile sfiorare quel muro, lottare con le incomprensioni (la diffidenza della sinistra, le aspettative della destra) ma quello che proprio non vuole sentire è l’accusa di avere fatto un film politicamente corretto per essere “accettata” a Venezia. «Nessuno ci credeva che Venezia avrebbe ospitato il film, è stato un risultato inaspettato. Prima di Venezia, nessuno badava al mio lavoro, che è durato anni. Adesso ne parlano, ne discutono. Anche questo è un risultato. Volevo raccontare Padova negli anni Settanta e far capire che quella violenza non ha avuto conseguenze solo per me, ma per tutti».