Sì, Gentile torna in cattedra con un grande futuro davanti

Emanuele Severino sul domenicale del Corriere della Sera, “La Lettura” del 16 settembre, e Giacomo Marramao, in un’intervista a firma di Annalisa Terranova apparsa il 18 di questo mese su queste colonne, concordano sulla grandezza speculativa di Giovanni Gentile e sull’importanza del suo pensiero nel panorama novecentesco. Al padre dell’attualismo ho dedicato diversi anni di studio, e non può che farmi piacere saperlo nuovamente al centro del dibattito filosofico italiano. Mi preme però difenderlo dall’ennesima strumentalizzazione, questa volta non di carattere politico (almeno non direttamente, anche se operazioni di questo spessore non lasciano intatto un pensiero da ricadute sociali e politiche). Marramao dice bene: nessuno, se non gli sciocchi rimasugli di un ideologismo andato a male già da molto tempo, ha ormai pregiudizi ideologici nei confronti del filosofo siciliano.
Nella sua famosa intervista del ’74, un marxista del calibro di Lucio Colletti diceva quello che i “vinti” non avevano smesso di rimproverare al conformismo nostrano. Togliatti sapeva che, nel marxismo italiano intriso di umanesimo (Labriola ne è un chiaro esempio), una lettura di Marx in chiave scientifica (al modo di Althusser) non avrebbe sfondato. Anche perché, nonostante tutto, Gentile era stato “maestro”, paterno perfino con chi lo criticava duramente (non così tanto Croce), e la sua “scuola” era più ampia di quanto non si credesse. Rileggendo Gramsci nella sua giusta portata, la prassi “eslege” poteva risalire alle sue origini carsiche: l’attualismo. Permettere a un’intera generazione di continuare a pensare quello che aveva sempre pensato, ma cambiandone il verso, la direzione. Piccolo intoppo di questa marcia trionfale, l’articolo che Mario Dal Pra pubblicava nel 1951, “Unità e prassi nell’attualismo gentiliano”, e nel quale negava l’identità della prassi gramsciana con quella di Gentile.
Alla ricostruzione di Togliatti hanno creduto in molti: conservatori, che non avevano mai digerito molto il fascismo, e che a Gentile volevano far scontare colpe non sue; comunisti alla ricerca di una seconda “verginità” (è imbarazzante leggere la lista dei collaboratori di “Primato”, così come lo sarebbe leggerne una che riporti le prebende elargite dal regime e dal suo capo a personalità dell’antifascismo militante postbellico); cattolici curiali con la manìa di copiare da San Tommaso piuttosto che dialogarvi. Dovremmo chiederci, invero, perché non siano stati pochi i pensatori cattolici (di una certa ortodossia e senza alcuna brama di insegnare al Papa il suo mestiere) ad essere partiti dall’attualismo gentiliano (Bontadini, Carlini, La Via, Sciacca, solo per fare qualche nome… ).
Ora, Severino per un verso e Marramao per l’altro, rimettono in cattedra Gentile e, ciascuno nella propria prospettiva, lo leggono quale distruttore degli assoluti: un modo (non voluto) di dargli il benservito definitivamente, dato che nessuno (Severino fra tutti) può più illudersi che si possa vivere ancora per molto sulle rovine. Non penso sia così. Il pensiero gentiliano non distrugge assoluti, ma pone l’Assoluto a fondamento dell’esistenza umana. Assoluto che non è il Moloch di Severino, un essere senza vita che inghiotte le nostre esistenze, bensì il Vivente, il Logos che ci fonda.
L’atto del pensiero col quale ci si pensa è sempre diverso da quello in cui si è contenuto del pensiero. Quando si afferma: «Io sono Io», ci si riconosce nel secondo solo a mezzo del primo, e solo dalla dialettica tra i due si è chi si è. Ma mentre il secondo «Io» rappresenta la propria individualità, l’empiricità, il primo è l’Assoluto che ci è donato, e che non si potrà mai esperire completamente. Neppure quello della persona amata possiamo esaurire mai.
Si comprende allora come nel pensiero di Gentile trovi corrispondenza non già il totalitarismo, bensì il comunitarismo, perché c’è, in fondo alle nostre esistenze, un’unità data, ma non immediatamente e completamente raggiungibile, riconquistabile in parte e a prezzo (mediazione) di sacrificio. E ne avremmo, proprio ora, di che imparare da questa lezione!
Con Severino e Marramao – maestri nella filosofia italiana, troppo bistrattata anche dalle giovani leve di studenti intenti a bere ogni cosa che abbia fonte straniera, più dei padri convinti che l’Italia sia colonia – anch’io credo che Gentile sia un pilastro della filosofia. Di quella che verrà però, e non già di quella che ha segnato il passo davanti al dilagare dello scempio.