Raffaele Zanon: "Mazzola e Giralucci, dopo decenni Padova supera l’indifferenza"

«Cittadino fermati, guarda di qua, non nasconderti, è la tua città…». Così cantava nel 1974 la Compagnia dell’Anello subito dopo l’assassinio di Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci a Padova da parte delle Brigate Rosse. Forse oggi, dopo gli applausi al Festival di Venezia al docu-film di Silvia Giralucci, figlia di Graziano, Padova comincia a riconoscere i propri martiri. Ma non è stato facile, come ci racconta Raffele Zanon, storico esponente patavino del Msi e poi di An, già consigliere comunale e assessore regionale, oggi dirigente del Pdl. «Sì, per anni sembrava che Mazzola e Giralucci si fossero uccisi tra di loro – dice Zanon – grazie anche a campagne di stampa e inchieste che allontanavano la responsabilità dell’estrema sinistra. Ci vollero i processi alle Br e l’assunzione di responsabilità da parte degli stessi terroristi affinché si capisse la vera natura della strage, che noi del Msi peraltro denunciavamo inascoltati da sempre. Posso affermare – prosegue Zanon – che oggi Padova ha condiviso la memoria di questi due morti che per anni hanno pesato sulla coscienza cittadina. E questo aiuta a raccontare e a raccontarci una stagione assurda di sangue, di intolleranza e di violenza, che a Padova in particolare è stata particolarmente efferata. E a senso unico».
Il dirigente del Pdl, che è andato a Venezia a vedere il docu-film della Giralucci “Sfiorando il muro”, era tra quelli che hanno applaudito alla fine del film, che non è certo un “visto da destra”. Il film, sottolinea Zanon, si conclude con un’intervista a Stefania Paternò, storica esponente del Msi di Padova, la quale ricorda che era come se si giocasse ai Ragazzi della via Paal, solo che in quegli anni si giocava con le vite dei giovani. «Ecco – dice Zanon – analisi altrettanto lucide non le ho ancora sentite dall’estrema sinistra. Diciamo che le due famiglie, Mazzola e Giralucci – considera Zanon – hanno combattuto per anni una dura battaglia, affiancate dagli uomini del Msi, e oggi posso dire che pagine di storia, che sembravano perdute per sempre e che qualcuno avrebbe voluto oscurare, non sono state strappate. Anche se – conclude Zanon – quei giorni, quel funerale in una città cupa e triste e indifferente, hanno segnato in modo indelebile la vita di noi giovani attivisti che lottavamo per una società migliore e senza violenza».