Processo alla Fornero: ma cos’hai fatto?

L’accoglienza è cortese, il clima intorno a lei gelido. La lady di ferro del governo Monti  non è in cima alla lista degli idoli dei giovani del Pdl e si nota, ma c’è attesa per l’incontro, curiosità e un leggero nervosismo, come quando all’università arriva il professore che boccia a libretto. Nel mezzo della prima arringa difensiva di Elsa Fornero sulla sua riforma del lavoro, al primo accenno sulla flessibilità «che serve a combattere la precarizzazione» si leva un leggero un brusìo dalla platea e arriva un gesto simbolico. Un giovane siciliano si alza e se ne va: «No, basta, non la posso sentire». Poi resta, ovviamente, si mette solo un po’ più in là a borbottare. E non è l’unico.
È solo la conferma di un “mood” non proprio brillante che accompagna l’intervento del ministro del Lavoro nella giornata inaugurale della festa di Atreju della Giovane Italia. Elsa arriva puntuale, poco dopo le 18, scortata da Giorgia Meloni e Marco Perissa  che fanno gli onori di casa: completo beige, sandalo in tinta, il ministro percorre i viali dello spazio antistante il Colosseo annusando l’aria, si guarda intorno, stringe poche mani e ogni tanto regala un sorriso, poi bacia Enrico Mentana che lo attende davanti al palco, prima di un breve breafing in un camerino dove qualcuno le serve caffè e acqua minerale. Si comincia, con duecento persone ad assistere. Non poche, ma forse Berlusconi, domani, farà meglio…  
Un timido applauso di puro rispetto saluta la fine del primo intervento della Fornero, che in apertura di dibattito, con l’ex ministro Sacconi al suo fianco, si era beccata un saluto sincero e velenoso da Augusta Montaruli, vicepresidente nazionale della Giovane Italia, che le aveva sparato addosso una raffica di cifre impietose: «Ministro, in questi nove mesi di governo tecnico si sono persi 500mila posti di lavoro e nei prossimi sei è previsto un calo di altre 220mila unità, la Cig da un anno è aumentata del 16% e la percentuale dei giovani in cerca di lavoro è cresciuta del 7%, toccando quota 35,7. Scusi, ci può spiegare che cosa avete risanato e a che cosa sono serviti i tecnici, finora?». Elsa non si scompone. La platea è in fermento, sente odore di polemica, ma il ministro gioca in difesa: «Non mi va di polemizzare, da tecnico non voglio entrare in queste questioni così complesse in maniera elettoralistica, ma non voglio eludere le cifre, che sono sotto gli occhi di tutto. Però dobbiamo ricordare in che situazione era il Paese nell’estate scorsa, c’era una crisi finanziaria di cui forse voi giovani non potere cogliere a pieno la gravità, si rischiava il tracollo, quando siamo arrivati noi…». Ed ecco il primo, immancabile, riferimento alla Grecia, sempre utile allo scopo di seminare terrore, ancora oggi. Poi il ministro chiede alla platea se sarebbe stato possibile continuare a combattere le disoccupazione utilizzando la spesa pubblica anche nei prossimi anni, manco parlasse a Fanfani e De Mita, manco il governo Berlusconi avesse riaperto l’Iri. «No, non era possibile», si risponde da sola, come se il debito pubblico in questi mesi fosse diminuito, invece di crescere ancora. Ed ancora, la Fornero decanta le lodi della riforma dell’articolo 18 «che non consente licenziamenti in base ai capricci degli imprenditori, anzi, mantiene intatte molte delle sue tutele». Il ministro ha voglia di parlare, nonostante la scarsa ricettività della platea. «La riforma del lavoro non cambierà  il mondo ma abbiamo raggiunto un buon equilibrio. L’abbiamo fatta con onestà intellettuale e grande impegno personale. Le riforme perfette non esistono – dice ancora la Fornero – ma vivono nella società, negli uffici. Ci vuole pragmatismo, non è fatta per ideologia ma per essere applicata. Ci vuole una mente sgombra da pregiudizi, per monitorarla e poi valutarla su base scientifica. La riforma del lavoro non risolve tutto, ci sono altre riforme da fare, ma questa cornice sul lavoro andava rivista», sottolinea il ministro, che poi passa a difendere la riforma delle pensioni, un’altra cosa «che andava fatta con urgenza, in fretta, ce lo chiedeva l’Europa…». Il tema del dibattito è la ricerca della felicità, ma se lo strumento deve essere il lavoro, ecco spiegato il motivo di tanto scetticismo tra i giovani del Pdl, che apprezzano la capacità della Fornero di confrontarsi in un contesto non caldissimo per lei, ma che nel merito la bocciano inesorabilmente: «Qui non è questione di essere di destra o di sinistra, il problema dei tecnici è che fingono di non vedere che la situazione occupazionale, in Italia, con tanti focolai di crisi aperti, è un’emergenza tale da non poter essere affrontata solo con qualche ritocco alle norme sulla flessibilità», spiega Daniele Sinibaldi, presidente del circolo di Rieti della Giovane Italia. «Lei parla di flessibilità, come se la ricerca affannosa e continua di un contratto a tempo non fosse precarizzazione!», aggiunge il 26enne laureando, già in cerca di un posto al sole.
La Fornero, intanto, parla di dialogo, «sono aperta sempre al confronto, l’ho già fatto, anche in situazioni difficili, come l’Alenia», dice, a proposito delle vertenze industriali su cui il governo sta cercando di trovare una via d’uscita. L’intervento di Sacconi, che ricorda gli anni di difficile confronto del governo Berlusconi ai tavoli sindacali, in primis nel duro rapporto con la Cgil, strappa il primo sorriso della serata alla Fornero, che chiosa: «Nelle sue parole ho ritrovato molti di quegli argomenti che abbiamo utilizzato l’altro giorno con le parti sociali sul tema della produttività». A metà dibattito, il colpo di scena: la Fornero se ne va, ma era tutto previsto. La saluta un applausino un po’ spento, resta la sensazione di un incontro utile ma tra due orecchie sorde. Quelle della Fornero e quelle dei giovani, del Pdl, in questo caso. Ma forse quella sensazione di impotenza che si respirava ieri ad Atreju tra i ragazzi è l’unico elemento bipartisan su cui varrebbe la pena di riflettere, in previsione di un eventuale Monti-bis.