Polverini: me ne vado a testa alta

La tentazione di mollare tutto è stata forte sin dal primo momento. Angelino Alfano ancora ieri sembrava però averla convinta a restare, almeno fino a quando non sarebbe stato approvato il piano dei tagli. Ma la volontà dell’Udc, che finora ha appoggiato la giunta, di accodarsi ai consiglieri dell’opposizione dimissionari ha riportato tutto al punto di partenza. Renata Polverini è stata costretta a lasciare e poco prima delle 20 di ieri sera ha annunciato le sue dimissioni alla giunta. «Comunico – ha spiegato in una conferenza stampa – ciò che ho detto a Napolitano e poi a Monti le mie dimissioni irrevocabili da presidente della Regione Lazio». Un gesto al quale è stata costretta, oltre che dallo scandalo Fiorito, dai numeri che sono venuti a mancare: il tetto dei 36 consiglieri dimissionari richiesto per sfiduciare la giunta era stato raggiunto con l’adesione dell’Udc alle dimissioni dei consiglieri di Pd, Idv, Sel, Fli, Api, Verdi e radicali. I centristi hanno fatto l’ago della bilancia: prima un vertice infuocato nel pomeriggio, poi l’annuncio che la loro posizione sarebbe stata ufficializzata dopo la riunione dell’ufficio politico del partito appositamente convocato da Lorenzo Cesa. Ma i giochi si sono chiusi con la dichiarazione di Pierferdinando Casini in tarda serata, che ha invitato la Polverini «a fare un passo che i cittadini apprezzerebbero», di fronte «allo schifo» emerso dallo scandalo dei fondi del consiglio laziale.  «La cosa migliore – ha detto – è restituire la parola ai cittadini».
Il sindaco Gianni Alemanno ha parlato di un gesto non necessario: «Le dimissioni della Polverini? Mi sembra qualcosa di clamoroso, la fiera dell’ipocrisia che un presidente eletto dal popolo debba anche solo essere messo in discussione per dimettersi, senza avere ricevuto alcun avviso di garanzia. Mi sembra una cosa grave, ipocrita e sbagliata». Caustico il commento di Francesco Storace: «Una banda di cacasotto si fa soggiogare dalla propaganda. Ridicolo».
E adesso? «Con il blocco della mia azione riformatrice – ha detto Polverini – ci saranno gravi ripercussioni sul paese: abbiamo fatto 5 miliardi di tagli perché lo volevamo e perché abbiamo avuto come effetto il dimezzamento del disavanzo sanitario portandolo a 700 milioni». «La Regione Lazio di Renata Polverini – ha aggiunto – ha lo stesso rating del governo Monti». Un’azione di risanamento di cui va orgogliosa. Non così dei consiglieri: «Ho interrotto il cammino di un consiglio non più degno di rappresentare il Lazio: questi signori li mando a casa io. Arriviamo qui puliti: mai avrei immaginato che con quelle ingenti risorse tutti, nessuno escluso, facessero spese sconsiderate ed esose». Lascia la Regione ma non la politica: «Continuerò, con questi non ho nulla a che fare. Da domani ciò che ho visto lo dirò. Le ostriche viaggiavano comodamente già nella giunta prima di me, quindi io non ci sto, non ci sto alle similitudini e nessuno si permetta di dire una parola su me e i miei collaboratori».
Quella di ieri è stata un’altra giornata nera per la Polverini. Dopo l’incontro di domenica sera con Mario Monti e l’annuncio di dimissioni dei consiglieri del Pd, la governatrice in un lungo colloquio ieri a Montecitorio con Angelino Alfano, cui hanno preso parte per circa venti minuti anche Gianni Letta e Farbizio Cicchitto, non aveva nascosto le sue intenzioni di dimettersi. «La misura è colma. Non ci sto a farmi sparare addosso, a farmi umiliare, per colpe che non ho», avrebbe detto durante il lungo vertice, come ha poi riportato l’agenzia Dire. Un’ipotesi che il segretario del Pdl era riuscito a congelare, invitando la Polverini a portare a casa almeno un risultato:  l’approvazione definitiva da parte del Consiglio regionale del piano di tagli che lei stessa aveva proposto. Ma le dimissioni di massa dell’opposizione hanno abbreviato i tempi:  l’obiettivo infatti era quello di raccogliere le 36 adesioni contestuali necessarie per far cadere la maggioranza e arrivare al voto. I dimissionari erano ieri a quota 29 e per arrivare allo scioglimento ne mancavano all’appello sette: l’aula conta in tutto 71 presenze, dunque la metà più uno, valida per rendere effettivo lo scioglimento, è di 36 consiglieri.
Ad avere preso l’impegno a dimettersi sono stati i consiglieri del Pd (14), Idv (5), Sel (2), Psi (1), Api (1). Per lo scioglimento anche  Federazione della sinistra (2), Verdi (1), Lista Civica (1). In tutto 27. I Radicali che contano due consiglieri avevano fatto sapere che avrebbero dato il loro appoggio ai dimissionari nel caso «manchino due firme per arrivare a quota 36». Nel tardo pomeriggio l’unico consigliere di Fli, Francesco Pasquali, ha firmato la lettera di dimissioni al Consiglio regionale.  
Gli occhi erano puntati sull’Udc, tant’è che il segretario Lorenzo Cesa aveva convocato l’ufficio politico del partito «per assumere una decisione definitiva rispetto alla situazione politica determinatasi alla Regione». Ma la riunione dei consiglieri regionali dell’Udc ha impresso una svolta anche se all’interno del partito le posizioni erano  diverse con il vicepresidente della Regione ed esponente dell’Udc Luciano Ciocchetti contrario alle dimissioni. Decisive, alla fine, le parole di Casini con l’invito alla presidente del Lazio a farsi da parte.