Pierferdy non vive più senza Monti

L’avvento del governo tecnico ha coinciso – e gli storici ne daranno atto – con uno dei maggiori punti di caduta dell’intelligenza critica degli italiani. Moltissimi sono stati convinti che la crisi planetaria fosse colpa di un uomo solo che accidentalmente si trovava in quel momento al governo dell’Italia (o forse c’era arrivato perché qualcuno lo aveva votato); che i cittadini che, pur provenendo da storie personali e ceti e appartenendo a partiti e culture politiche differenti, erano tutti ugualmente parassitari e incompetenti; che esistesse una portentosa genìa di tecnici (stranamente rimasta nell’occulto sino ad oggi) fatta di irreprensibili e competentissimi (e ancor più improbabilmente scevra da qualunque commistione con gli spregevoli “politici”) che in pochi mesi avrebbe rimesso in piedi l’Italia. Nessuno ha peraltro capito perché il più felice di questo cataclisma sia stato il capo dell’Udc, che a tutt’oggi è l’unico certissimo della necessità che l’esperienza si protragga ad libitum. Ci tocca ricordare che Casini, dopo lo strappo di Fini, ha provato a lanciare un Terzo Polo che non è andato da nessuna parte, poi un nuovo partito che non è nemmeno decollato e oggi si batte strenuamente per una legge elettorale che riporti ai tempi in cui i governi erano frutto di inciuci post-elettorali e in cui partiti con meno del tre per cento hanno governato ininterrottamente per decenni. Montezemolo lo accusa di aver riesumato i nostalgici della Prima Repubblica. Forse c’entra il fatto che il suo partito, che era all’8 per cento, nei sondaggi  è dato in forte calo e l’unica possibilità che ha di continuare a governare senza consenso è con un governo che non sia indicato dagli elettori?