Nel Pd gli ex popolari contro Vendola (e Renzi)

Ieri, alla vigilia della presentazione della sua squadra per le primarie, Pierluigi Bersani ha rivolto un invito a Nichi Vendola: «Spero si candidi, deve essere protagonista di questa vicenda». In un’intervista a Pubblico, il nuovo quotidiano diretto da Luca Telese, il leader di Sel aveva chiarito di volersi prendere ancora due settimane prima di sciogliere la riserva. «Farò un discorso a fine mese», ha detto, ribadendo la sua visione delle alleanze. «Le distanze con l’Udc sono incolmabili, con l’Idv no», ha spiegato, chiarendo che di distanze ne esistono anche con il Pd, che «ha votato provvedimenti normativi da brivido». «Ma noi che dobbiamo fare? O uno si presenta al mondo dicendo “votate la mia splendida solitudine”, oppure – ha proseguito – prova a immaginare qual è il migliore protagonista potenziale per un avanzamento dell’Italia, sapendo che è un avanzamento che parla all’Europa». Vendola si è detto comunque pronto, «se sceglierò di partecipare, a sostenere chi vince, anche Renzi».
Dunque, il leader di Sel ha voluto mandare un messaggio distensivo, che però nulla ha potuto contro le discordie e le differenti visioni interne al Pd.
In trenta, tra deputati e senatori dell’area ex popolare, hanno scritto al segretario del partito per chiedere da un lato che «i candidati del Pd si presentino con un programma di governo che rispecchi le soluzioni definite da un lungo lavoro che ha coinvolto iscritti, militanti e simpatizzanti del Pd e approvato all’unanimità» e dall’altro che i candidati dei partiti alleati «presentino un programma compatibile e integrabile con il nostro». «Non possiamo trasmettere all’esterno differenze sostanziali e confliggenti su elementi cardine del progetto», hanno aggiunto i firmatari, tra i quali Giuseppe Fioroni, Luigi Bobba e Daniele Bosone.
Di fatto le condizioni dettate dalla lettera si tradurrebbero in uno stop tanto a Matteo Renzi, il candidato interno del Pd che presenta un programma eccentrico rispetto al partito, tanto a Vendola, referendario, anti-Monti e via dicendo. Inoltre, svuoterebbero di senso le primarie, privandole della natura di competizione sui contenuti e sancendo ufficialmente che sono una sorta di “concorso di bellezza” per leader.
Non a caso la proposta è stata liquidata da Bersani, che ha rimandato alla Carta d’intenti. «Noi abbiamo la nostra carta di intenti che stiamo discutendo con tutti quelli che faranno questo contratto. Lì sono fissati i punti precisi di merito e di metodo», ha proseguito il leader del Pd, mentre Fioroni più tardi ha chiarito che la lettera non voleva escludere nessuno. Ma che allo stato attuale sia tutto troppo fumoso e confuso, nel Pd, lo dicono in molti, a partire da Giorgio Merlo che pressoché ogni giorno ribadisce il suo appello per «regole precise, stop alla ridicola moltiplicazione delle autocandidature, un albo degli elettori che eviti infiltrazioni e spiacevoli equivoci e, possibilmente, un confronto sui programmi di governo». «Senza queste condizioni le primarie possono trasformarsi in un pericoloso e singolare boomerang per il Pd e per l’intero centrosinistra», ha ripetuto ieri Merlo, mentre Arturo Parisi metteva in dubbio l’utilizzo stesso dello strumento. «Prima dei candidati alle primarie, bisogna decidere se ci sono premier da eleggere…», ha detto l’ex ministro della Difesa, per il quale «di primarie si può parlare solo dopo la legge elettorale. La priorità delle priorità è la legge elettorale. Prima dei candidati alle primarie, bisogna decidere se ci sono premier da eleggere».