Le ideologie? Non erano poi tutte da buttare

Leggendo l’interessante articolo di fondo di Ernesto Galli della Loggia pubblicato ieri sul Corriere verrebbe da concludere: aridateci le ideologie! Infatti la crisi del sistema politico viene ricondotta, e non a torto, al fatto che chi oggi in Italia inizia a far politica «non ha più alcun riferimento storico-ideologico forte, non può ricollegarsi ad alcun valore…». Esempi non ne vengono fatti ma possiamo farli qui, per comprendere meglio. Un partito ad identità forte come il Msi aveva alcune parole d’ordine inviolabili: dal senso dello Stato alla partecipazione dei lavoratori passando per il culto della patria. Sull’altro fronte un partito come il Pci aveva miti fondativi che orientavano militanti ed eletti: la classe operaia, la dignità del lavoro, l’uguaglianza.
Oggi tutto questo repertorio risulta anacronistico, vuota retorica, linguaggio incomprensibile. E ciò perché, appunto, le ideologie e gli ideali cui esse si ispiravano, hanno cessato di costituire la grammatica della politica. Rimangono, dice della Loggia, i Fiorito e i Lusi. Rimangono eletti che non sanno bene come passare il tempo nelle assemblee di competenza e si dedicano a foraggiare le proprie clientele sul territorio scambiando una cena per attività politica.
La colpa, si diceva, è la crisi delle ideologie, che peraltro in Italia si sono distrutte vicendevolmente con il triste gioco della reciproca demonizzazione, imbrigliando nella logica anticomunismo/antifascismo una realtà che con i furori del Novecento non aveva ormai più nulla a che spartire. Adesso è tardi per rimediare ma il punto fermo fissato nei ragionamenti simili a quello di Galli della Loggia rimane ineludibile: la politica si rifonda se tornano la visione d’insieme e il progetto. Non chiamiamole più ideologie, chiamiamole idee. Ma senza queste non si va da nessuna parte: non saranno né le preferenze né i bilanci online né le spending review regionali, provinciali o comunali  e neanche i restyling dei simboli dei partiti a far tornare la buona politica protagonista. Non sarà facile perché, come si legge nell’editoriale «tutto l’orizzonte simbolico su cui è nata e vissuta la Repubblica si presenta in pezzi. La politica, i partiti, l’antifascismo, l’intervento pubblico, il welfare, la mobilità sociale, il lavoro hanno perduto qualunque capacità mobilitante, non rappresentano più quelle rassicuranti  linee di azione che rappresentavano un tempo: andrebbero ripensate da cima a fondo ma nessuno lo fa».
Nessuno lo fa e non lo possono fare, o non lo possono più fare, i partiti. Che un tempo nascevano appunto per realizzare alcuni ideali e oggi nascono (o muoiono e rinascono) a seconda dei sondaggi d’opinione. Porre riparo a questa situazione non è facile, e non può essere un’impresa solitaria, affidata al taumaturgo di turno. Però è l’unica impresa che merita impegno ed energie, per non lasciare campo libero ai soggetti che, nel loro essere post-ideologici, si affidano all’urlo di protesta (Grillo) o alla parola-chiave che compiace lo stato d’animo del momento (Renzi). L’altra alternativa è il non voto, ma si tratta di una scelta di rassegnazione, perché il non voto non ha rappresentanza, ed equivale a lasciare campo libero a chi non ci piace, non ci convince, e che penserà più a se stesso che a noi.