La madre di tutti gli sprechi nacque nel ’70 per le voglie di potere del Pci

È il giorno della confessione. Pierluigi Bersani decide di dire tutta la verità, nient’altro che la verità. Quella verità che il Pd ha negato per anni, nascondendola in ogni modo, evitando qualsiasi risposta, svicolando, dribblando le domande dei cronisti, aggrappandosi a qualsiasi scusa per cambiare discorso, tra un “ma” e un “se” pronunciato a mezza bocca. Ci sono gli scandali, e questo è nei fatti. Ma la madre di tutti gli scandali si chiama riforma del titolo V della Costituzione fatta in fretta e furia dal centrosinistra. Da quel momento è scoppiato il caos e si è dato modo ai furbetti di intervenire per mangiare ostriche a sbafo, fregandosene della gente. Una confessione, quella di Bersani, che in qualche modo spiazza le parole un po’ retoriche del presidente della Repubblica. Il quale, non più di ventiquattr’ore prima, aveva parlato di «disprezzo per la legalità» con «fenomeni di corruzione». Il problema è che il malcostume avviene in una cornice (ambigua) di legalità consentita proprio dalla “grande rivoluzione” del centrosinistra. «Quella riforma del titolo V della Costituzione voluta dal centrosinistra per inseguire il secessionismo della Lega – ha finalmente ammesso Bersani – conteneva errori e ora occorre ripensare il regionalismo, mettendo fine al moltiplicarsi di centri di spesa incontrollati». Sotto accusa finisce quel sistema voluto fortemente dal Pci già al momento del varo delle Regioni, e perseguito poi ininterrottamente da Pds, Ds e Pd, per sottrarre competenze allo Stato centrale e arrivare alla sua frammentazione, mettendo le mani su larghe fette del territorio in un’ottica antinazionale che è stato sempre il filo conduttore delle politiche della sinistra. L’approvazione del titolo V della Costituzione (un pastrocchio per avere le mani libere) non è che l’ultimo capitolo di tutta questa storia e di comportamenti che hanno consentito alla sinistra di mettere in piedi le regioni rosse e di gestire, facendo il bello e il cattivo tempo, vaste e ricche zone del territorio italiano.

Il “mea culpa” anche su Monti
Ma il “giorno della confessione” di Bersani – voluto anche a scopi puramente propagandistici, visto che le elezioni si avvicinano – riguardano anche le mosse del governo tecnico. «Nel sostegno agli enti locali l’esecutivo è troppo algido, glielo diremo ancora: tagliare ai comuni è semplice, ma così viene lasciato solo chi è sul fronte». E c’è anche una stangatina per il premier. «Purtroppo lo spiraglio non c’è perché accelerano gli elementi di recessione, disoccupazione e calo dei consumi. Bisogna dire parole di verità», ha infatti detto Bersani aggiungendo comunque che il «rigore di Monti è un punto di non ritorno ma noi dobbiamo metterci più lavoro e equità». L’interrogativo è uno: perché queste cose il leader del Pd non le ha dette prima? Perché il mea culpa non è stato fatto quando c’era ancora tempo per correggere il tiro ed evitare la degenerazione di questi ultimi anni? Il silenzio è colpevole e Bersani dovrebbe saperlo.

Buoi fuggiti dalla stalla
Ma il Pd è colpevole anche di un sacco di altre cose. Accecati dall’odio contro Silvio Berlusconi, Bersani e compagni hanno giocato a demolire tutto per disarcionare il Cavaliere supportando, assieme a Napolitano, il commissariamento dell’Italia a beneficio della grande finanza e dei banchieri. Poi sono venute le stangate, l’Imu, i tagli, la riforma delle pensioni, la spending review, il sostanziale blocco dei contratti e tutto il resto e adesso fanno finta di prendere le distanze. I buoi, però, sono già fuggiti dalla stalla. E anche se Monti ripete in ogni occasione che non si ricandiderà, tutti si affannano a far sapere che la ricetta dei tecnici dovrà essere portata avanti dopo la consultazione elettorale. Per andare dove non si sa. Certo non per farci stare meglio, visto che il debito pubblico aumenta, nonostante le tasse e i tagli, e il potere d’acquisto della famiglie si riduce sempre di più dando il colpo di grazia ai consumi che si riducono e trascinano al ribasso il Pil  che quest’anno calerà del 2,4 per cento come lo stesso governo è stato costretto recentemente ad ammettere. E la crescita? Per ora non se ne parla. Monti lancia segnali di ottimismo ma è evidente che i numero, per ora, non ci sono. In questo Bersani non ha fatto che prendere atto di quanto nei giorni scorsi hanno documentato Confindustria, Ocse, sindacati e perfino le agenzie di rating. Ieri l’Istat fotografava  una nuova caduta delle vendite al dettaglio che a luglio hanno segnato una diminuzione del 3,2 per cento su base annua. La crisi si sente anche a tavola e tutti fanno meno affari di prima, compresi i supermercati e i discount.

Sud al collasso
Un Mezzogiorno a rischio desertificazione industriale e segregazione occupazionale, dove i consumi non crescono da quattro anni, la disoccupazione reale supera il 25 per cento e lavora meno di una giovane donna su quattro. Questo il quadro tracciato nel rapporto Svimez 2012 presentato ieri a Roma. Dal 2007 al 2012 il Pil del Mezzogiorno è crollato del 10 per cento tornando ai livelli del 1997, quindici anni fa. Solo quest’anno, mentre a livello nazionale si prevede un meno 2,4 per cento, nel Mezzogiorno il Prodotto interno lordo subirà un crollo del 3,5 per cento. Di fronte a queste cifre non c’è da sorprendersi se da quattro anni i consumi non crescono e se  il loro livello risulta addirittura inferiore in termini reali di circa 3 miliardi di euro rispetto ai valori del Duemila. Quest’anno la diminuzione sarà del 3,8%, mentre gli investimenti scenderanno del 13,5. C’è un divario con il Centro-Nord che non viene per nulla colmato e che anzi è stato aggravato dalle ultime manovre economiche che pesano per 1,1 punti sul Pil nazionale ma al Sud incidono per 2,1. Come si dice piove sul bagnato, perché dal 2007 al 2011, l’industria del Meridione ha perso 147mila unità (-15,5 per cento), il triplo del resto del Paese (-5,5). Un fatto non estraneo alla fuga verso il Nord dei meridionali (oltre un milione e 350mila dal 2000 al 2010). Solo nel 2011 i pendolari di lungo raggio sono stati quasi 140 mila (+4,3 per cento), dei quali 39mila laureati.