La lotta armata non è più terrorismo. Almeno se sei Br

Tra terrorismo, eversione, Vecchie Br, Nuove Br, forcaioli, garantisti, giornalisti e magistrati chi ci capisce è bravo. Fa discutere – non sempre con lucidità – la conferma in Cassazione delle pene ridotte nel processo d’appello bis agli undici neobrigatisti accusati di preparare un attentato al giuslavorista e parlamentare Pietro Ichino. Quella delle Nuove Br, quindi, fu un’associazione sovversiva senza finalità di terrorismo. In particolare la II Sezione Penale della Suprema Corte  – presieduta da Stefano Agrò – ha dichiarato inammissibile il ricorso con il quale la Procura Generale di Milano chiedeva il ripristino dell’accusa di terrorismo che avrebbe ridato vigore alle pene più aspre inflitte nel primo processo di appello.
Le condanne – ora definitive – per gli undici neobrigatisti sono quindi le seguenti: 11 anni e mezzo di reclusione a Claudio Latino, 9 per Davanzo, 5 anni e 3 mesi per Gaeta, 8 anni per Ghirardi, 10 anni per Sisi, 7 per Toschi, 2 anni e 2 mesi per Caprio, per Mazzamauro e per Rotondi, 2 anni e 4 mesi per Scantamburlo e assoluzione per Scivoli. Il gruppo era stato smantellato nell’operazione "Tramonto" del 2007. Neanche il tempo di leggere la sentenza e già scatta la divisione tra i colpevolisti indignati e gli innocentisti plaudenti. Con in mezzo il comprensibilmente perplesso Ichino, che si è chiesto: «Ma che cosa intende allora, il nostro ordinamento giuridico, quando si parla di “finalità di terrorismo”?».
Ma chi ha ragione, i forcaioli o i garantisti? Nessuno dei due gruppi. O meglio: in un certo senso ce l’hanno entrambi. La distinzione tra sovversione e terrorismo, per quanto “messa tra parentesi” per anni, ha in realtà una sua ragion d’essere logica e giuridica, come riconosce anche l’ex sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano: «È vero, una differenza c’è, anche se ci sono possibilità di sovrapposizione fra le due fattispecie: la sovversione non implica modalità realizzative volte, appunto, a “terrorizzare” la popolazione, a creare paralisi e disorientamento a fini eversivi, il terrorismo, come dice il nome stesso, sì. Ma questo non significa che per esserci terrorismo debba esserci la volontà di fare un golpe, tant’è vero che anche nelle indagini per la bomba davanti alla scuola di Brindisi si sta parlando di terrorismo». Insomma, la questione è complessa, anche se per l’esponente del Pdl a fare difetto non è la legislazione in materia ma «l’adesione alla realtà di certi magistrati». Restano tuttavia aperte diverse problematiche. Intanto quella dell’uniformità di giudizio: è vero, si può essere sovversivi senza essere terroristi.
Ma perché ci si ricorda di questo misconosciuto capitoletto del codice penale laddove per anni si è allegramente largheggiato in condanne draconiane? Pensiamo solo alle centinaia di ragazzi, di ambo i fronti, che negli anni ’70 finirono dentro per anni a causa di meri reati associativi: persone che magari non avevano mai sparato un colpo e che in alcuni casi neanche avevano pensato di farlo, finivano quindi per essere murate vive in cella solo in quanto militanti di organizzazioni estremistiche. È accaduto con Terza Posizione, è accaduto con Autonomia operaia. Che adesso non accada più è probabilmente un bene, ma allora si dovrebbe avere il coraggio anche solo morale e culturale di guardare con occhi diversi a quella stagione insanguinata e al modo in cui allora si reagì. Ma non c’è bisogno di rifarsi necessariamente agli anni di piombo. Basta restare più vicini a noi e pensare agli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi. Ora, in base a quale logica gli esecutori di quegli omicidi sono in carcere con l’aggravante di terrorismo mentre chi ha progettato di far fare a Pietro Ichino la stessa fine si rivela essere un mero “sovversivo”? Un omicidio politico è un omicidio politico, non si può cambiare parametro ogni volta.
La decisione della II Sezione Penale della Corte di Cassazione, inoltre, dovrebbe per coerenza dare il tono a tutto il linguaggio non solo giuridico ma anche giornalistico con cui ci si rapporta alla violenza politica. Se progettare uno o più omicidi, avere incendiato alcune sedi di Forza nuova, avere progettato attentati contro la redazione del quotidiano Libero etc. non è terrorismo, allora giù giù a scalare tutti i termini del colorito linguaggio usato in questi casi si ridimensiona: una rissa ridiventa solo una rissa, una scazzottata idem, lo stesso vale per un bisticcio a scuola, una scritta su un muro, uno striscione rabbioso e un po’ sulfureo. Per essere chiari: per una pura coincidenza la notizia di questa sorta di certificazione delle Nuove Br come nemici politici in qualche modo “riconosciuti” arriva nello stesso giorno in cui molti quotidiani romani riportano con toni allarmati la notizia di un presunto agguato neofascista, presumibilmente l’ennesima rissa fra liceali di opposte fazioni politiche, avvenuta nei giorni scorsi nella capitale. E giù con gli sproloqui sul “chiudere i covi fascisti”, sull’emergenza democratica, sul far intervenire il Viminale, la polizia, il prefetto, il sindaco, l’Fbi e chi più ne ha più ne metta. Prima, peraltro, che sull’accaduto si sappia qualcosa di certo, anche perché fino ad ora riconoscimenti non ci sono stati, solo uno stringente sillogismo sul fatto che se si comportano “da fascisti” devono essere stati per forza i fascisti. Ma allora il sospetto è che un fascista (o presunto tale) con un bastone sia sempre un terrorista mentre un comunista con una pistola sia semplicemente un sovversivo. Ma forse già il fatto che le Brigate Rosse non siano più “sedicenti” dovrebbe rappresentare un passo avanti, in questa nazione strabica.