«Io, intercettato e svergognato», s’indignò Silvio. Ah no, era Fassino…

Non è una favoletta. Tutto cominciò con un’intercettazione finita su un giornale, che poi fu ripresa da altri giornali. «È stata una campagna di aggressione», disse il protagonista (suo malgrado), perché sulla carta stampata finì «una telefonata dai contenuti puramente informativi». Non solo. «Quei contenuti non avevano alcun rilievo di carattere giudiziario». Ergo, non dovevano essere pubblicati. «Sono stato buttato in prima pagina», ha continuato il (sempre suo malgrado) protagonista. La cosa poi diventò davvero “pesante”: «Quando un tema diventa oggetto del dibattito politico giornalistico a novanta giorni dalle elezioni è evidente che ha un impatto». Si va avanti: «È stata una trama ordita per aggredire la mia persona e il mio partito con il fine di delegittimarci alla vigilia di un passaggio elettorale delicato». Chi è che parla? Piovono le scommesse sul nome di Berlusconi. Anche le pietre hanno letto le sue telefonate, finite senza il minimo controllo sui quotidiani, ogni qualvolta c’era un’elezione alle porte, dalle europee alle politiche. Tutti sanno che il Cavaliere ha sempre parlato di «trame» contro di lui, di «tentativi di delegittimazione», di mostro «da sbattere in prima pagina», di «aggressioni subìte». E invece no, a parlare in questi termini, con queste frasi e con questa indignazione è stato Piero Fassino, in un’aula di tribunale, per la famosa intercettazione della telefonata con Giovanni Consorte (quella dell’«abbiamo una banca», tanto per intenderci). Era la famosa vicenda della scalata di Unipol a Bnl. C’è però una differenza. Quando Berlusconi osò dire quelle frasi, tutti lanciarono l’allarme: vuole imbavagliare l’informazione. Ora che le dice Fassino, nessuno si lamenta. E gli danno tutti ragione. C’è da chiedersi il perché.