Il “sì” di Berlino fa contenti i mercati. Ma il conto per l’Italia sarà salato

Del tanto temuto «nein» neppure l’ombra. Gli otto giudici della Corte costituzionale tedesca non hanno deluso le forti aspettative dei mercati e degli europeisti convinti che questo pronunciamento favorevole sia la panacea di tutti i mali. La Corte ha sentenziato la legittimità del Fondo Salva-Stati Esm, il successore naturale del vechio Efsf, ma c’è una tetto che non si può superare: l’ok è condizionato a interventi che impegnano finanziariamente la Germania fino a 190 miliardi di euro. Nel caso servissero ulteriori risorse per aiutare i Paesi dell’Eurozona in difficoltà che faranno esplicita richiesta di sostegno, sarà necessario passare per il Bundestag, le due camere del Parlamento tedesco. La Corte teutonica con questa sentenza ha semplicemente tutelato la quota di partecipazione al fondo della Germania, motivando che un suo eventuale sforamento dovrà essere deciso dai rappresentanti dei cittadini. Per un impegno al di sopra di questa cifra se ne dovrà discutere in parlamento. Non come da noi, dove a luglio la ratifica del Fiscal compact è stata ratificata alla svelta e senza alcun dibattito., se non nel centrodestra.
In realtà, la giornata di ieri, pur segnando uno scampato pericolo, non può essere guardata come una vittoria senza riserve: se è vero che si sono scongiurati scenari più foschi per la stabilità dell’eurozona – le Borse, pur senza entusiasmo, hanno dato una valutazione positiva – è anche vero che «per l’Italia quella di ieri è stata un una giornata problematica, l’inizio di un cammino in salita», come ci dice Guido Crosetto. Il parlamentare del Pdl  insieme ad altri colleghi, una quarantina, nel luglio scorso nel corso del dibattito sul fiscal compact si fece promotore di una mozione – primo firmatario Marcello De Angelis – che invitava il governo a riaprire i termini della questione, nell’ipotesi che dalla Germania potesse arrivare un parere diverso da quello giunto ieri. Il parlameno allora ratificò il fiscal compact, ma solo all’interno del Pdl si aprì un dibattito si spessore in cui si confrontavano due visioni diverse dell’Europa.  E le questioni su cui riflettere sono tante. Questo trattato, insieme all’Esm, costringeranno il Paese a raggiungere e a mantenere obbiettivi di equilibrio debito-Pil che, a conti fatti, trasformerà i prossimi vent’anni in un periodo lacrime e sangue senza precedenti. Erano in molti nel centrodestra a interpretare questa sensibilità e a paventare gli scenari di questi giorni, ossia un’Europa appesa alle decisioni della Corte tedesca, come una spada di Damocle sospesa sul suo futuro. Anche Maurizio Bianconi fu uno dei promotori di quella mozione: «Vede, non è cambiato niente dopo la giornata di ieri. La Germania con i suoi paletti, antepone comunque l’interesse nazionale a quello dell’Europa, mentre noi consegniamo l’interesse nazionale a queste entità sovranazionali fatte di interessi privati. Quando si farà il conto di quanto ci costeranno questi due Trattati, allora capiremo…  Crosetto i conti li ha fatti da un pezzo. In pratica, il voto impone all’Italia di tagliare per 20 anni 45 miliardi di debito pubblico all’anno. A questo esborso, inoltre, va aggiunto quello previsto dal trattato istitutivo del Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità), ratificato contestualmente al fiscal compact, che impegna l’Italia a versare 15 miliardi in 5 anni per la realizzazione di un fondo “paracadute” per le banche. «Quella che può essere considerata una vera e propria cessione all’Europa della sovranità politica economica e fiscale, è irrigidita da una serie di clausole di rigore, tese a sanzionare gli inadempienti con una multa fino allo 0,1% del Pil». Un suicidio, dice «Ancora una volta vince la finanza ma perdono i popoli. In nome della crescita europea l’Italia sacrifica il suo fondamento costituzionale», ribadisce Crosetto. «Approvando in via definitiva il disegno di legge di ratifica del Trattato sulla stabilità, la Camera ha spostato la sovranità dal popolo (come recita l’art. 1 della Costituzione) alla burocrazia europea». Dà una lettura problematica anche il capogruppo al Senato del Pdl, Maurizio Gasparri: «Un decisione positiva», dice, ma bisogna leggerla per capirne la portata e per valutare le condizioni che pone».