«Il problema è profondo: è dal ’94 che i partiti non funzionano più…»

Il caso Fiorito e il discredito del sistema Regioni è al centro di polemiche, mea culpa, rapidi passi indietro. Ma una volta incassate le dimissioni di Fiorito, poi quelle di Battistoni, possiamo dire che il “peccato originale” – l’uso non politico ma privato dei soldi pubblici – venga in qualche modo cancellato? O Fiorito è il caso emblematico di un sistema che non va? Ne parliamo con esponenti del Pdl che sono stati sia in Consiglio regionale che in Parlamento. Non ci sono dubbi per Andrea Augello: «È un caso emblematico che nasconde una seria situazione sottostante grave. Nel caso del Lazio la situazione è stata resa più grave dalla scelta del Consiglio regionale di trasferire quelle risorse che dovevano andare ai piccoli comuni o alle associazioni direttamente alle disponibilità del gruppo e del singolo consigliere. Nessuna Regione ha una media di 100mila euro l’anno per consigliere. È stato un errore condiviso da tutti, all’unanimità. Va ripensata l’intera impalcatura su cui poggiano le Regioni».
Fabio Rampelli tiene distinti due piani di riflessione: «C’è da un lato l’illecito penale di chi ha trasferito fondi pubblici su conti personali; e c’è sicuramente l’eccessivo flusso di fondi a disposizione dei gruppi, con l’assenza dei regolamenti precisi sul come dovessero essere spesi. Fatta questa distinzione, la Regione Lazio ha gestito in modo poco sobrio risorse eccessive. È un problema politico a cui la politica deve dare risposte. La risposta più seria si può dare è quella di mettere in chiaro pubblicamente quantità e destinazioni dei denari pubblici, come avviene negli Usa con l’“open date”.
Il governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti, non ha dubbi che il caso Fiorito chiami in causa «tutto un sistema dove troppe risorse andavano ridimensionate. Ma io non posso non vedere anche una precisa strategia  contro le regioni Lombardia, Lazio e Calabria, laddove il Pdl è più forte. Detto questo, in qualunque regione chi ha sbagliato deve essere buttato fuori. Al ridimensionamento dei fondi si poteva mettere mano prima. Noi in Calabria lo abbiamo fatto». Per Carlo Ciccioli«un’operazione di “bonifica” nel Lazio deve essere fatta, ma non riguarda solo Fiorito, riguarda anche altri e altri partiti. Esiste un problema generale che si affronta solo col recupero di un rigore morale interno. Non è solo con le regole che si risolve tutto».
Sono in molti ora a confidare nella nuova “era” a cui potrebbe precludere la riforma della legge elettorale, soprattutto con il ritorno alle preferenze. Eppure, si fa notare, Fiorito è stato eletto con tale sistema, come la mettiamo? «Nessuna legge elettorale protegge dalla corruzione», risponde Augello. Chi può dire che il collegio è “corruttibile” e la preferenza no? Il problema è un altro: tecnicamente bisognerebbe produrre un sistema di controlli che renda difficile trasgredire le regole: parlo anche di accertamenti patrimoniali sugli eletti». Scopelliti sostiene che è comunque preferibile la preferenza «per dare modo all’elettore di assumersi la responsabilità diretta della sua scelta». E che dire, allora, «di Lusi e Belsito eletti senza preferenze?», si chiede Rampelli. Il problema è un altro, evidentemente, e riguarda l’organizzazione interna dei partiti, che non funzionano almeno dal ’94. All’interno ha prevalso, col tempo, una tendenza “oligarchica”, sono in pochi quelli che decidono per tutti. Tra i due “vizi” che si paventano, le “clientele” per quanto riguarda le preferenze e gli “oligarchi” io preferisco il male minore, la clientela». «Sono comunque per la preferenza unica», ribatte Ciccioli, che deve essere collegata al rigore morale e a un’accurata selezione della classe dirigente».  C’è differenza tra il funzionamento dei gruppi regionali e quelli parlamentari? «La differenza è enorme», risponde Augello. «Non esistono cifre pro quota che servano per spese al di fuori del funzionamento del gruppo. Non esiste un “retta” per senatore”, per intenderci». Sulla stessa lunghezza d’onda è Ciccioli: «C’è più controllo nei gruppi parlamentari, si sente il fiato sul collo. Ci sono le risorse per il singolo gruppo e noi deputati ogni spesa in più dobbiamo fatturarla entro e non oltre i 5000 euro l’anno, che è una cifra ridicola». Fuori dal coro Rampelli. Il problema della gestione delle risorse pubbliche «riguarda tutte le istituzioni, nessuna esclusa. Unica soluzione è la trasparenza e la pubblicità dei fondi di loro pertinenza».