Il “prefetto di ferro” travisato dalla tv

«Quando il presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, mi chiamò alla Casa Bianca per la proiezione del “Prefetto di ferro”, titolo che era stato ingiustamente escluso dagli Oscar, a cena pensai bene di chiedergli: presidente, ma perché ha scelto di vedere proprio il mio film? Perché gli italiani in America non ne possono più di “Mimì metallurgici”, mi rispose… Oggi, a quelle parole, mi viene da aggiungere: quando si affronta la descrizione di un personaggio come Cesare Mori, un italiano onesto, leale, forte, coraggioso, un servitore dello Stato in contrapposizione al contro-Stato della mafia, bisogna essere rigorosi e attendibili». Ha le idee chiarissime Pasquale Squitieri, regista dell’intramontabile “Prefetto di ferro” girato nel 1977 – affidato a Giuliano Gemma – su come stroncare la miniserie in due puntate diretta da Giovanni Lepre, trasmessa su Raiuno. «Il mio destino è quello di essere copiato: dirigo “Claretta” e dopo di me girano decine di “Clarette”; propongo “Camorra” e improvvisamente il cinema si interessa al fenomeno. Il punto non è copiare, ma come farlo. Le dirò di più: come mi disse una volta Vittorio De Sica, ci sono due categorie di registi, quelli che copiano bene e quelli che lo fanno male. Per la fiction hanno copiato male».

Una dichiarazione da leggere tra le righe come una sonora bocciatura di “Cesare Mori. Il prefetto di ferro”, la miniserie con Vincent Peréz? L’ha vista? Come la commenta?

Come non l’ho vista? L’ho anche commentata con Arrigo Petacco, l’autore del libro da cui trassi il mio “Prefetto di ferro”, che ho sentito indignato anche più di me.

Per la semplificazione o per la  mistificazione della materia?

Intanto per la grossolaneria con cui è stata trattata la rivisitazione storica. Cominciamo col dire, per esempio, che Cesare Mori non ha mai adottato nessun bambino; ci sono dei falsi storici persino nelle canzoni; e non parliamo delle inesattezze e delle falsità per quanto riguarda i rapporti tra Mori e il fascismo delineati nella fiction. Io ho portato sul grande schermo il vero “prefetto di ferro”, il ritratto in onda sulla Rai è solo uno sceneggiato tv che potrebbe rifarsi anche a qualunque personaggio di fantasia autoriale. Vederla così sputtanata, una personalità straordinaria come quella di Cesare Mori, mi ha davvero disturbato.

Ma come mai, secondo lei, quando la fiction mette mano alla vita di Papi, di santi o di personaggi nazional-popolari di più “facile” rappresentazione, si può contare su una certa attendibilità narrativa della ricostruzione delle vicende mentre, quando si tenta di portare sul piccolo schermo capitoli di storia fascista, ci si arrende alla tentazione di travisare i fatti e, nella descrizione dei personaggi, di virare sul macchiettistico?

La storia nera è rigorosissima. La televisione non può essere altrettanto rigorosa, perché con la narrazione filmica più che raccontare lo svolgersi dei fatti e analizzare dei percorsi, si punta ad accontentare lo stato d’animo dello spettatore, cosa che altera naturalmente la veridicità dei fatti descritti. Per questo nel racconto televisivo è quasi fisiologico cadere nel banale e nel popolaresco, e svilire il racconto travisandolo in storie di vendetta e intrighi d’amore… Ma tutto questo non ha niente a che vedere con la verità storica. Vede, quando io ho girato un film sul brigantaggio (“Li chiamarono biganti”), ho studiato e ho tentato di lavorare a un copione filologicamente il più corretto possibile, seguendo le deroghe dettatemi da uno storico; la miniserie tv “Il generale dei briganti”, in onda a febbraio scorso su Raiuno, diretta da Paolo Poeti, ha seguito invece i dettami di cui le parlavo prima: elaborare un plot che contenesse la vicenda rivoluzionaria, l’intreccio amoroso, l’apologo sul potere, in modo da accontentare destra, sinistra, democristiani e qualunquisti. Per fortuna i giovani non guardano la fiction, altrimenti avrebbero una visione della storia che definire distorta sarebbe un eufemismo…

Distorta e romanzata, che poi, parlando di mafia…

Appunto. La “questione mafia” è molto seria: non è un caso se anche un autore del calibro di Pietro Germi l’ha affrontata nel suo “In nome della legge”. E, per tornare a Mori, bisogna semplicemente ammettere che fece piazza pulita della mafia, tornata nel ’43 con lo sbarco degli americani. Questi sono i fatti: tutto il resto è intrattenimento. Si divertano,ma non ambiscano a raccontare la storia…