«Il grande imbroglio? È l’euro»

Il primo sorriso gli scappa quando Giuliano Ferrara, in gran forma per l’occasione, “ringrazia” Monti per non aver fatto da grancassa al gruppo Espresso. Per il resto è un Silvio Berlusconi serissimo, molto concentrato, quello apparso ieri alla presentazione del “Grande imbroglio”, il libro di Renato Brunetta che ripercorre l’annus terribilis 2011-2012, dalla fine del governo Berlusconi alla prima estate del governo tecnico (il lavoro dell’ex ministro si ferma al 2 agosto, il giorno stesso della riunione del direttivo della Bce, in cui si dovevano assumere decisioni fondamentali per la sopravvivenza dell’euro). Il direttore del Foglio, che apre i lavori al tempio di Adriano, è prodigo di assist per il Cavaliere. Premessa:  per liberare l’economia italiana ci vuole inventiva e fantasia –  Brunetta sorride – ; secondo: le dimissioni di Berlusconi sono state un atto di responsabilità nazionale verso l’Italia, verso il ceto medio, verso gli imprenditori, scelta intelligente e disinteressata. Ma è soprattutto sul governo Monti che Ferrara dedica la sua attenzione in vista della campagna elettorale che va giocata impedendo «l’accerchiamento degli avversari». Il premier, come tutti i professori del suo governo, ha tanti difetti ma ha avuto il pregio  di dare una lezione «ai faziosi, ai maneggioni delle idee» che hanno per decenni attribuito a Berlusconi la colpa di aver portato l’Italia nella voragine della depressione. Insomma ha il merito di aver dimostrato che il male italiano non era l’uomo di Arcore. Sull’ipotesi di un Monti bis, il Cavaliere risponde: «Non sappiamo ancora con quale legge elettorale voteremo…».
L’ex premier ascolta, guarda ogni tanto il soffitto, poi prende la rincorsa mentre decine e decine di telecamere, reporter e giornalisti si accalcano in fondo alla sala tra le colonne del tempio. Aspettano che il Cavaliere sciolga qualche nodo, che tiri fuori dal cilindro la frase a effetto per costruire il titolo del pezzo. Li accontenta subito, anche se non dice una parola sullo stato di salute del Pdl, la riforma elettorale, le primarie, il caso Lazio. «Il male, il grande imbroglio non è Monti, ma è l’euro». L’applauso viene giù da solo. Ma è solo l’inizio: parole forti, linguaggio ruvido contro le ricette anticrisi della stagione montiana in salsa europeista in un escalation che arriva a definire Equitalia uno strumento di «estorsione». «Ho sostenuto battaglie plurime in Europa contro chi voleva dare a tutto l’impianto europeo solo regole di austerity nell’illusione che portassero al rialzo dell’economia. Ma ero una voce isolata». Talmente isolata da dover mollare Palazzo Chigi perché «non c’erano più le condizioni per continuare» sotto gli attacchi della stampa nazionale e internazionale. Tesi ripetuta decine di volte ma che rilanciata oggi fotografa un Berlusconi per niente sottomesso. Preoccupato, incerto sulle prossime mosse, ma deciso a fare la sua parte perché il Pdl, o come si chiamerà, torni il primo partito italiano. Magari senza metterci la faccia in prima persona e lasciando acqua al segretario Angelino Alfano, che ha dimostrato di tenere a dritta il timone del partito in mezzo a un mare in tempesta. Tutto inizia quando gli Stati hanno rinunciato al diritto di stampare moneta e lo hanno delegato all’Europa e alla Banca centrale europea. Scettico a dir poco sul meccanismo del salva-Stati, critico contro il fiscal pact, durissimo contro Equitalia, che «fa estorsione» ai cittadini. «O paghi e quindi la pratica viene chiusa, oppure se vuoi resistere devi intentare una causa e devi essere tu a dimostrare che il fisco ha torto». Un meccanismo perverso che aumenta il clima di incertezza «se ci si aggiungono le visite fatte dalla Guardia di Finanza e ampiamente pubblicizzate nei luoghi di villeggiatura». E ancora: per avere aiuti «bisogna firmare un memorandum che contiene norme di austerity. Norme che portano l’economia al collasso e a una spirale recessiva», dice ancora davanti a Brunetta che annuisce. Poi arriva lo spread (parola inquietante, che gli italiani hanno scoperto un anno e mezzo fa) che, dice l’ex premier, «si è abbassato ma solo per l’intervento di Draghi che ha detto che la Bce è disponibile a intervenire in caso di necessità, ma la Bundesbank ha posto già dei limiti, quindi non vedo come il meccanismo del salva-Stati possa funzionare». Nemmeno il fiscal compact è la strada perché «esprime le idee di una politica della Germania che è un paese egemone e non è solidale». Anche in questo caso il leader del Pdl ha fatto il possibile: «Dissi che l’Italia non poteva caricarsi l’onere di ridurre il debito pubblico di 45 miliardi, posi il veto e il Consiglio si bloccò. Io non mi spaventai, mi riunii con Junker e al telefono con Tremonti ed espressi la mia contrarietà. Non riuscii a convincerli. La rigidità porta austerity che non porta la crescita e se non aumenta il pil si va verso la recessione». Questa la sfida persa e riproposta ieri con toni barricaderi di chi guarda alle politiche di primavera come un treno in corsa da non perdere. E ancora su Berlino, croce e delizia del governo Berlusconi, «La Germania viene dalla Repubblica di Weimar», dove «le signore finirono per andare a fare la spesa con le carriole per portarsi i soldi. La Repubblica di Weimar prostrò l’economia tedesca, aprì le porte a Hitler ed al nazismo. Quindi i tedeschi, la Bundesbank, la signora Merkel hanno dentro, nelle loro radici, il terrore dell’inflazione». Ottima perfomance, unica gaffe (ma è un peccato veniale) aver chiamato Giovanni l’amico Ferrara. Ma Giulianone non si è offeso.